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LA STRAGE CONTINUA
Una strage, una strage
simile a quella avvenuta a Torino nello stabilimento Thyssen Krupp
ha ispirato a Roberto Dordit il film Apnea: negli anni Ottanta cinque
operai persero la vita per aver inalato idrogeno solforato in una
conceria in provincia di Vicenza.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e gli scaffali
si sono riempiti di fascicoli di leggi, norme, disposizioni, consigli
ecc., ma le stragi sono continuate: è di un anno fa quella
di Campello sul Clitunno, nel deposito della Umbria Olii, in cui
morirono quattro operai. E non è una lenta, inesorabile strage
quella che trascina via chi ha inalato fibre d’amianto e si
ammala e muore a distanza di decenni dalla contaminazione?
Negli ultimi 25 anni molte cose sono cambiate e la maggior parte
delle aziende, grandi e piccole, si è adeguata, spesso profondendo
considerevoli investimenti, alle nuove regole di sicurezza, ma il
quadro dell’organizzazione del lavoro è cambiato, vi
sono categorie che non sono tutelate, trascurate dalla politica
e dal sindacato.
Il lavoro nero, una spina nel fianco della società, ma anche
delle aziende che si propongono al mercato in maniera corretta e
devono subire una concorrenza sleale, e quello precario, sottoposto
al ricatto dell’interruzione del rapporto di lavoro, si sono
estesi, alimentato soprattutto il primo dall’immigrazione,
che paga un tributo elevato di vittime del lavoro.
Se in un’acciaieria è possibile essere costretti a
effettuare due turni di lavoro consecutivi vuol dire che il sindacato
non ha assolto ai suoi compiti. Se i controlli sono insufficienti
vuol dire che il sistema di sorveglianza è inefficiente e
che i governi e i ministeri hanno emesso disposizioni lacunose e
hanno stanziato finanziamenti inadeguati. Se manca una cultura della
sicurezza, tanto che spesso gli stessi lavoratori sono incapaci
di percepire il rischio, vuol dire che la politica non ha saputo
valutare la gravità del problema e intervenire a monte, nelle
scuole, nelle sedi di formazione. Se in certi ambienti imprenditoriali
si guarda alle statistiche che riportano morti, feriti e invalidi
della guerra del lavoro come a un sacrificio ineluttabile a gloria
del dio Profitto vuol dire che parte della classe imprenditoriale
italiana ristagna ancora nell’arretratezza culturale e morale.
Se l’informazione rinuncia al suo ruolo di controllo della
società e delle sue tare, sostituisce all’inchiesta
il resoconto occasionale e predilige far traboccare da pagine e
schermi pettegolezzi e banalità, dimostra scarsa professionalità
e non assolve a uno dei suoi compiti fondamentali.
In fondo, il senso di quanto conti oggi per le classi dirigenti
la sicurezza e la salute sul lavoro lo si ha confrontando le reazioni
che uomini politici, capipartito, vertici confindustriali, direttori
di organi di informazione hanno avuto all’indomani della strage
di Torino con quelle che seguono, tanto per fare un esempio di attualità,
i fatti di cronaca legati all’immigrazione.
APNEA... PER NON
MORIRE
Apnea per non morire,
ma a volte non basta, non basta trattenere il fiato quando si apre
il serbatoio da cui si sprigiona idrogeno solforato e trent’anni
fa cinque operai morirono all’interno di un’industria
conciaria in provincia di Vicenza nel tentativo di salvarsi l’un
l’altro.
Se qualcuno pensa che Apnea sia una specie di documentario o una
noiosa pellicola di impegno sociale si sbaglia di grosso. Apnea
è un noir e come il gas mortale delle concerie ti prende
alla gola dal primo istante di proiezione e non ti molla fino alla
fine.
L'opera prima di Roberto Dordit propone in forma perfettamente calibrata
una trama avvincente, un cast di attori che recitano con intensità
e convinzione, una splendida fotografia e un montaggio magistrale
assieme a una colonna sonora capace di valorizzare ogni inquadratura.
Tutto ciò, insieme, ha l'effetto di mantenere sempre elevata
la tensione e di emozionare lo spettatore.
Apnea racconta due storie parallele, intersecantisi tra loro: quella
di un giornalista, Paolo (Claudio Santamaria), ex campione di scherma,
che conduce un'indagine sulla morte dell'amico Franz e quella di
un bambino autistico, Leo (Daniele Mauro), figlio di Giordano (Elio
De Capitani), il titolare di una grande industria conciaria.
Ci si chiede come sia possibile che un film, definito dal Ministero
dei Beni Culturali "di interesse culturale nazionale",
possa essere distribuito in una decina di copie (a fronte delle
400 in cui vengono stampate tante pellicole di nessun valore artistico
per essere proiettate contemporaneamente, spesso per non più
di 15 giorni, nelle sale di tutta Italia).
L’opera di Dordit, seppure girata con scarsi mezzi, non ha
nulla da invidiare a tanti film d’oltreoceano che godono di
finanziamenti astronomici ed è la palese dimostrazione che
si può creare un’opera d’arte anche con investimenti
limitati e che in Italia abbiamo fior fiore di artisti capaci di
farlo, che sarebbe nostro interesse valorizzare (non si parla di
“industria del cinema?”).
In Apnea sono presenti alcune riprese di grande senso estetico e
di particolare effetto emotivo: le evoluzioni della squadra di nuoto
sincronizzato proposte con un ritmo incalzante, l’immagine
di Paolo, seduto su una panca dell’obitorio, dietro al primo
piano della mano, sfuocata, del cadavere steso sul lettino. Ogni
particolare del film è studiato e, anche quando apparentemente
potrebbe apparire insignificante, va a segno, come l’immagine
dei cinque anelli dell’olimpiade e la parola Atlanta graffiti
all’interno dell’impugnatura della spada di Franz.
Il film trasmette il senso di impotenza, di rabbia del protagonista,
l’atmosfera di omertà che lo circonda, che pure, in
parte, riesce a scalfire. Paolo, dirà Roberto Dordit, è
uno schermitore, è inadeguato all’ambiente che si trova
ad affrontare perché abituato a rispettare le regole e viene
sopraffatto da un mondo in cui vince chi sa tirare meglio i colpi
proibiti.
INTERVISTA
A ROBERTO DORDIT, REGISTA DI "APNEA"
"PARE
CHE NEL 2007 LE MORTI BIANCHE SIANO IN CALO: SE FOSSE VERO, E SE
APNEA FOSSE RIUSCITO A DARE IL SUO MINUSCOLO CONTRIBUTO A QUESTO
SFORZO, ALLORA SAREBBE L'ENNESIMA CONFERMA CHE IL CINEMA NON È
SOLO INTRATTENIMENTO"
Apnea è stato ispirato
da un fatto di cronaca avvenuto negli anni Ottanta: in una conceria
in provincia di Vicenza, cinque operai hanno perso la vita per aver
inalato idrogeno solforato nel vano tentativo di salvarsi l’un
l’altro. Quando e perché ha deciso di girare Apnea?
Nel 2002 sono venuto a sapere casualmente di questo fatto drammatico
e mi sono accorto che se n’era persa la memoria anche in quei
luoghi. Come se fosse stato rimosso. Documentandomi, trovai la vicenda
esemplare per raccontare un territorio dove prevale una mentalità
disposta a tutto pur di accumulare ricchezza. Potevo raccontare
non solo un certo Nordest, ma più in generale un inconfessabile
modello criminoso di fare impresa che si è affermato un po’
ovunque su scala mondiale.
Confrontando
la realtà attuale con quella emersa dalla documentazione
relativa all’episodio di 20 anni fa, le sembra che sia cambiato
l’ambiente a cui Apnea fa riferimento?
Molte concerie del vicentino da luoghi insicuri e inquinanti
sono diventate un esempio di efficienza in questi campi. Non sono
riuscito a capire se questo percorso virtuoso sia cominciato per
reazione all’incidente citato, o per le nuove normative, o
per un reale cambio di mentalità, oppure per le tre cose
insieme. Rimangono però alcuni elementi inquietanti, dati
sempre per scontati e quindi inevitabili, che riguardano la suddivisione
del lavoro: l’assenza di responsabilità a valle della
filiera produttiva da parte delle case
madri rispetto a ciò che accade a monte, negli stabilimenti
dei piccoli terzisti (di fatto dei dipendenti impegnati nei lavori
più sporchi e meno controllati); l’impiego quasi esclusivo
di manodopera straniera nei reparti più insani e pericolosi;
il trasferimento di molti stabilimenti in paesi del terzo mondo.
Avrei potuto ambientare il film in comparti produttivi come l’edilizia
e l’agricoltura, dove gli incidenti sul lavoro causano delle
vere e proprie stragi (nel 2006 in Italia si sono contate 1300 morti
bianche). Ma la concia è l’industria più antica
dell’uomo, chiunque indossa dei prodotti in pelle, e mi interessava
mostrare cosa può nascondersi dietro un paio di scarpe griffate.
Come va letto
il suo film? Cosa l’ha spinto a realizzare un noir piuttosto
che un documentario o un film di esclusivo impegno sociale?
Il noir è sempre stato un genere cinematografico e letterario
di forte impatto sociale. Se tutti conoscono la Chicago degli anni
Venti, lo devono al cinema e alla letteratura noir. E anche l’Inghilterra
vittoriana la conosciamo a furia di scoprire maggiordomi assassini.
Questo perché la struttura narrativa del noir ha codificato
la scoperta dei personaggi attraverso gli ambienti che abitano.
Il lettore o lo spettatore sono costretti a rimettere a fuoco in
continuazione la storia, e solo il finale è in grado di restituire
i contorni esatti alla scena. E’ un procedere narrativo molto
coinvolgente, che nel caso di Apnea ha coinciso con le
mie ricerche sul campo.
Il noir poi spiega anche le ragioni dei “cattivi” e
non si avvale di un teorema a priori che assoggetta tutti i personaggi,
come accade spesso nei film dichiaratamente di denuncia. In quei
film, o in altri di taglio più documentaristico, il rischio
è che la storia diventi didascalica, frantumando il coinvolgimento
emotivo. Direi che per me il noir è il più potente
strumento di denuncia sociale che un autore ha a disposizione.
La critica
ha scritto anche che Apnea è un film sull’incomunicabilità
(un personaggio, Leo, è un bambino autistico), una riflessione
sull’incapacità di esprimere sentimenti, emozioni,
sull’incapacità di ascoltare. È questa un’altra
chiave di lettura di Apnea?
Il bambino autistico è stato il primo personaggio disegnato
per questa storia: volevo inserire in un territorio di febbrile
attività una persona estranea a quei ritmi, improduttiva
e inefficiente, e perciò inutile. A lui si è affiancato
Paolo, il protagonista, che per motivi diversi soffre della stessa
debolezza. Così ho cominciato a muovere due fragili vasi
di cristallo in quel mondo di mazze ferrate. E tra quei due cresce
un’intesa che è il sentimento più caldo del
film. L’incomunicabilità, a dispetto delle apparenze,
è intorno a loro, quando Paolo scopre di non conoscere l’amico
di una vita, quando si scontra con un’omertà diffusa.
Sono molto grato agli interpreti, a Claudio Santamaria e al piccolo
Daniele Mauro, che sono riusciti a regalare ai loro personaggi quel
senso di isolamento angosciante che li circonda.
Lei ha dichiarato di aver avuto la sensazione di aver violato
un tabù e, all’uscita del film, nonostante gli apprezzamenti,
la distribuzione è stata assai limitata. È la conseguenza
dell’aver affrontato un tema scabroso o delle politiche di
una distribuzione che privilegia i film di cassetta e si dimostra
diffidente nei confronti dei nuovi autori, che ritiene abbiano uno
scarso richiamo nei confronti del pubblico?
Direi entrambe le cose. Certamente il mondo dell’impresa
non ha fatto salti di gioia per questo film. Anzi, in forme diverse
mi ha comunicato tutta la sua ostilità. C’è
da dire però che alcuni imprenditori hanno messo a disposizione
i loro stabilimenti per le riprese. E se è vero che nessuno
di loro aveva mai letto il copione, hanno comunque dimostrato un
certo interesse verso una storia che avrebbe sfiorato un tema come
la concorrenza sleale tra imprese, tra chi rispetta o meno le regole.
E’ innegabile però che fra le distribuzioni italiane
sia serpeggiata l’idea che Apnea fosse troppo difficile
per il pubblico italiano, spaventate probabilmente dal vuoto culturale
che si respira nel nostro paese. Ed è innegabile che la cosa
mi abbia creato qualche perplessità, visto che Apnea
è un noir di facile lettura, realizzato con passione da un
cast e da una troupe di gran talento.
In negativo è stato decisivo il Decreto Urbani e il conseguente
mancato finanziamento alla distribuzione da parte del Ministero,
cui Apnea aveva diritto insieme ad altre pellicole. Non
fosse stato per la disponibilità di Nanni Moretti ad ospitarlo
nella sua sala romana e alla conseguente decisione dell’Istituto
Luce di distribuirlo con un minimo di risorse, questo film non sarebbe
mai uscito.
Qual è oggi la situazione relativa alla distribuzione
di Apnea?
Apnea è uscito in febbraio in cinque città.
Ha ottenuto subito una media schermo molto alta, ma non è
stata sufficiente ad aumentare significativamente le copie: il fine
settimana successivo le copie furono appena sei e ad oggi non ne
sono state stampate più di dieci. Inutile dire che al modesto
numero di copie ha corrisposto un’identica copertura pubblicitaria.
Ciò nonostante le richieste di proiezione non si sono mai
esaurite, e ancora oggi, in novembre, qualche sala è stata
costretta a rinunciarvi per l’indisponibilità di copie.
Non a caso l’uscita del dvd è stata rimandata a febbraio
2008. Anche i festival continuano a richiedere Apnea, l’ultimo
è Cancùn, in Messico, dov’è l’unico
italiano in concorso.
E poi ci sono le meritevoli iniziative di piccole associazioni di
critici, come Made in Italy, che curano la distribuzione sottotitolata
in Europa con il sostegno degli Istituti Italiani di Cultura. Ultimamente
mi è capitato di seguire il film in Germania (proiettato
in ben 27 città) e la risposta del pubblico è stata
sorprendente, anche in termini numerici. Forse il punto è
tutto qua: il pubblico europeo non riesce più a vedere film
europei non perché non ne abbia voglia, ma perché
non c’è più spazio per loro; il cinema hollywoodiano
occupa troppi schermi, come se avesse operato un esproprio su scala
continentale. Le uniche eccezioni concesse agli indigeni sembrano
solo a favore dei film più beceri. I successi internazionali
dei film di qualità sono sempre meno. Ma il malumore per
questo stato di cose, comunque la si pensi, è palpabile in
molte platee, e lo reputo un buon segno.
La RAI, che ha concorso alla produzione di Apnea e possiede i
diritti d’antenna, ha in programma la messa in onda del film?
Certamente la Rai programmerà Apnea, la domanda
è: a che ora lo metterà in onda? L’associazione
Articolo 21 che annovera molti giornalisti fra i suoi soci vorrebbe
una collocazione in prima serata. Se ciò avvenisse con Apnea
o con qualche altra pellicola battagliera sarebbe un buon segnale
da parte del servizio pubblico.
L’impegno degli attori è stato esclusivamente professionale
o c’è stato un coinvolgimento rispetto al significato
sociale dell’opera? Ne ha tenuto conto quando ha scelto il
cast?
In Italia abbiamo molti attori di talento. Nel caso di Apnea,
più o meno tutti gli interpellati si sono prestati ai provini.
Il cast quindi è stato scelto in totale libertà. Poi
tutti gli attori prescelti hanno lavorato con compensi minimi. La
scarsità delle risorse finanziarie è stata bilanciata
con una ricchezza di risorse umane, e nessuno si è risparmiato,
nemmeno fra la troupe. Direi che tutto il gruppo coinvolto ha dimostrato
di avere una gran voglia di portarsi a casa questo film. Elio de
Capitani in particolare, il Giordano del film, l’ha promosso
in tutte le forme che aveva a disposizione.
Di questo film ha curato la regia, il soggetto e la sceneggiatura,
con Serena Brugnolo; si è ispirato a qualche opera o a qualche
autore del passato?
Apnea è un film duro e “cattivo”. Forse
per questo qualche critico ha scomodato due maestri come Petri e
Rosi. In realtà il loro cinema era emblematico di una stagione
molto movimentata e combattiva. Il loro approccio era politico,
nel senso più alto del termine. Apnea invece spia
le vicende da un punto di vista più antropologico. Durante
la lavorazione perciò non mi sono posto dei modelli di riferimento.
A film finito però mi sono accorto che erano arrivate sullo
schermo molte suggestioni di “Lezioni di piano” di Jane
Campion e soprattutto di “Blow up” di Antonioni.
Cosa vorrebbe esprimere ancora, che non ha potuto inserire nel film?
Monica, la vedova interpretata da Fabrizia Sacchi, è il personaggio
più struggente della storia. E’ lei che inconsciamente
guida il protagonista nella sua indagine, e con la sua rabbiosa
rassegnazione racconta meglio di ogni altro quel mondo. Ma l’andamento
molto strutturato della storia non le ha concesso lo spazio che
meritava.
Qual è stata la più grande soddisfazione che ha
raccolto con Apnea?
Nei tanti incontri con il pubblico, quando ti accorgi che degli
spettatori sono ancora sotto shock per il finale del film e probabilmente
rivangano con la mente fatti personali riconducibili alla storia
appena vista, allora hai la strana sensazione di non aver fatto
nessuna finzione. Hai lavorato ad un film che può riguardare
intimamente anche uno sconosciuto, può risvegliargli pensieri
assopiti. Credo che questa sia la grande soddisfazione nel fare
il mio mestiere.
Ma è stata importante anche la reazione istituzionale all’uscita
del film. Il ministro Damiano, che dal suo insediamento è
impegnato a migliorare la sicurezza sul lavoro, si è fatto
promotore per diffondere Apnea nelle scuole superiori.
Mi ha detto che sarebbe inutile chiudere cento cantieri fuori norma
al giorno se non si provasse anche a cambiare la mentalità
imperante. E così il Presidente della Camera Bertinotti,
il Ministro della Sanità Turco e la Cgil hanno dato risalto
al film. Quando poi l’Associazione Articolo 21 ha conferito
un premio alla regia, sono arrivate anche le congratulazioni del
Quirinale.
Pare che nel 2007 le morti bianche siano in calo: se fosse vero,
e se Apnea fosse riuscito a dare il suo minuscolo contributo
a questo sforzo, allora sarebbe l’ennesima conferma che il
cinema non è solo intrattenimento. E vale la pena ribadirlo
di questi tempi.
Come dovrebbe intervenire il mondo dell’informazione e
della comunicazione per sensibilizzare la società in merito
alle condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro?
Raccontando prima la vita di quei lavoratori: scovando video, fotografie,
mail, aneddoti di chi gli stava accanto. E poi annunciare che quelle
esistenze si sono interrotte. In una parola occorre indignarsi ogni
volta che una persona già tartassata da un basso salario,
senza contratto o precario, debba anche sacrificare la vita per
incuria o meschinità altrui.
In particolare, quale dovrebbe essere il ruolo del cinema in
questo ambito?
Il cinema mantiene il grande privilegio della popolarità:
le sale non incasseranno come una volta, ma la visibilità
dei film è aumentata con i dvd, i passaggi televisivi e il
web. La fame di storie non si affievolisce. I due grandi interlocutori
in Italia per produrre e distribuire un film, Rai e Medusa, forse
dovrebbero dimostrare meno paura verso quei progetti che rivolgono
uno sguardo più duro sulla realtà. Anche perché
i migliori talenti, che siano affermati o alle prese con l’opera
prima, mi sembra che si rivolgano proprio da quella parte.
Quali sono i suoi programmi per il futuro? Affronterà
ancora il tema della sicurezza nei luoghi di lavoro?
Non vorrei che nascesse un filone cinematografico di questo tipo.
Ne verrebbero fuori dei film brutti come dei teoremi scontati: non
occorre convincere nessuno che il lavoro in sicurezza è migliore,
perché tutti lo sanno. Occorre piuttosto indagare le cause
dell’insicurezza, scoprire volta per volta in nome di che
cosa si mette a repentaglio la vita propria o altrui sul lavoro.
Ma per fare questo occorre mettere tutto in discussione, ed è
uno sforzo che non può essere seriale. Quello che mi auguro
è che periodicamente ci sia qualche autore che avverta la
necessità di farlo. Solo così avremo dei film forti
e sinceri, capaci di mantenere viva l’attenzione su un tema
così drammatico. Altrimenti il rischio è annoiare
il pubblico anche su questo, ed è l’ultima cosa di
cui abbiamo bisogno. Per questo motivo io non tratterò più
questo argomento sotto forma di film.
Il progetto cui sto lavorando ora racconta invece di uno scontro
fra civiltà. Solo che a fronteggiarsi sono una banda di balordi
e una fetta del bel mondo. Sarà una commedia violenta (non
so come altro definirlo) ambientata a Venezia, e s’intitolerà
Scoasse.
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