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      "Un best seller è la tomba dorata d’un talento mediocre.''

      Logan Pearsall Smith (Millville, New Jersey, 1865 †1946), scrittore statunitense

Il leggio
La migliore scuola per imparare a scrivere è leggere. Scrivere per le imprese presenta periodicamente brani di opere di narrativa, saggistica o poesia, che, per doti di stile, capacità descrittiva, fantasia, creatività, costituiscano di per sé una lezione di scrittura.

Ezio Comparoni (a sinistra)


Il testo a fianco è tratto dalla prefazione a "Nostro lunedì", il romanzo
che, nelle intenzioni dell'autore, avrebbe dovuto essere un'opera ampia e articolata

Vent'anni fa o press'a poco ogni nostra città si assomigliava almeno per questo: una ventina di giovani si riunivano ogni sera a un caffè e dicevano cose bellissítne fino alle due o tre di notte (anche alle quattro la sera del sabato): intelligenza fin quanta ne vuoi e spirito e orgoglio e buon gusto e pudore e tutto quello che occorre. E in fondo una certa innocenza. Si parlava, come è giusto, di lettere.
Ma il curioso era questo. Leggevamo già il vecchio Conrad, e il vecchío Melville, e Cechov: ci salutavamo alle volte dicendo una frase di Lord Jim o di Bartleby, e per scrivere una novella alla Cechov avremmo dato ogni cosa e anche più. "Che umanità... che umanità" dicevamo, ed eravamo magari capaci di organizzare in settimana un convegno con l'intervento di qualche quarto dí gloria locale. E poi ecco: tutto quello che usciva da noi era questo e nient'altro che questo: una colonna o anche mezza o anche meno, più lucida e fredda del nikel. Dicevamo "provveduto" ed "istanza" ("messaggio" venne fuori più tardi): dicevamo "casto" e "remoto" e "1unare", e altre parole perfino più astemie: per lo più, parlavamo di bambini o di sogni o di angeli, o magari di tutti e tre insieme, o di un uomo (per dire) con la testa di cane, che poi non era né un uomo né un cane e tutto il giorno se ne stava chiuso in solaio e non apriva mai bocca, e non faceva mai tanto così, ma sotto, era chiaro, c'era un significato profondo o anche due: qualche volta addirittura di niente. Praticamente, non fummo mai in grado di far dire due o tre frasi credibili a un uomo, ma quanto a fantasmi e bambini e cadaveri nessuno in coscienza poté farci il più piccolo appunto. Si può dire che ci specializzammo nel ramo. Ci bastava un lenzuolo e un giardinetto deserto e un bambino sul far della sera che guardava il lenzuolo e il giardino, ed ecco subito fuori una cosa squisita squisita. La "generazione perduta" aveva già fatto quel che tutti sappiamo. E c'erano Faulkner ed Hemingway. E il povero Wolfe aveva già trovato la strada di casa. E poi il cinema. E poi un mucchío di cose.
Il bello è che alla fine ci presero anche sul serio. Prima qualche rivista (ne avemmo di tutte per noi: in carta a mano). E poi anche qualche giornale. E poi tutti. Perfino una parte dei critici. Ci scambiarono addirittura per giovani: ci chiamarono "I giovani" ín blocco: tutto questo è un po' comico. Qualche imocente vecchietto autorevole, mezza bandiera del tempo che fu, che ci prese, chissà poi perché, benevolmente a proteggere, nel suo assoluto candore non arrivò mai a sospettare che nessuno alle volte sa più essere vecchio di un giovane. Che noi eravamo, a dir poco, due o tre volte più vecchi di lui. E questo poi non è più nemmeno comico.

   Silvio D’Arzo, o meglio: Ezio Comparoni, poiché il primo è nome d’arte, nacque a Reggio Emilia il 6 febbraio 1920 da Rosalinda Comparoni e da padre ignoto, come si diceva allora, e di questo soffrì molto.
   Nonostante le cattive condizioni economiche, che costringevano la madre a svolgere mestieri occasionali, frequentò le scuole con grande impegno e ottenne alcune borse di studio. Ancora quindicenne pubblicò una raccolta di poesie: “Luci e penombre” e una di racconti: “Maschere”. Ottenuta la maturità classica con due anni di anticipo presentandosi agli esami come privatista, si iscrisse alla facoltà di lettere dell’Università di Bologna. Attratto dalla letteratura inglese e americana, più tardi vi dedicò una ricca e valida produzione saggistica. Laureatosi, continuò l’attività letteraria e si dedicò all’insegnamento.
   Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel luglio del 1942, Comparoni fu a Canzo (Como) come soldato semplice; poi venne trasferito ad Avellino, dove frequentò la Scuola Allievi Ufficiali fino all’agosto del 1943. L’8 settembre fu catturato a Barletta e avviato verso un campo di prigionia, ma riuscì a fuggire e, tornato a Reggio Emilia, riprese l’insegnamento e l’attività letteraria che lo portò a pubblicare racconti e saggi su scrittori di lingua inglese.
   Nel 1951 Comparoni si ammalò gravemente: un linfogranuloma lo portò alla morte nel gennaio dell’anno successivo, all’età di soli 31 anni, senza poter vedere pubblicato il suo capolavoro: il racconto “Casa d’altri” che uscirà per i tipi di Vallecchi pochi mesi dopo.
   Oltre alle prime opere scritte giovanissimo, Comparoni iniziò un romanzo che non poté terminare: “L’uomo che camminava per le strade”, pubblicato postumo nel 1981, alcuni racconti accolti nelle pagine di riviste letterarie tra il 1940 e il 1941 e il romanzo “Essi pensano ad altro”, dello stesso periodo, pubblicato solo nel 1976. L’unico romanzo edito mentre l’autore era ancora in vita fu “All’insegna del Buon Corsiero”, uscito nel gennaio 1943.
   “L’osteria” è un romanzo breve, anch’esso pubblicato postumo, nel 1961, mentre il racconto incompiuto “Un ragazzo d’altri tempi”, scritto intorno al 1945, ma pubblicato nel 1983, segna l’evoluzione da un primo periodo letterario a un secondo, in cui lo stile si semplifica e i contenuti rivelano maggiore concretezza, secondo gli intendimenti che lo stesso scrittore rivela all’editore Vallecchi con cui intrattiene una fitta corrispondenza.
   L’opera che ha dato a Comparoni maggior fama, una fama molto inferiore ai meriti dello scrittore, è “Casa d’altri”, una novella articolata in 15 brevi capitoli. La scrittura, apparentemente immediata e lineare, cela una struttura narrativa sofisticata, frutto di una sapiente artigianalità, nel senso più nobile del termine.
   Da quest’opera è stato tratto l’omonimo radiodramma teatrale portato in scena con grande efficacia lo scorso anno dall'attore Silvio Castiglioni.
   Di seguito, il racconto "Fine di Mirco" da "L’aria della sera e altri racconti" © 1995/2007 RCS Libri S.p.A. / Bompiani.

*****

FINE DI MIRCO

Gli uomini passavano in fretta nella prima sera: rapidi e scuri, contro le insegne luminose delle vetrine. E Mirco li stava guardando con simpatia come di madre. Sentiva quasi di amarli, ora, gli uomini. Essi continuavano intanto a passare nella nebbia, e parole uscivano a tratti dalle loro bocche, giungendo, attraverso la strada folta di cose, fino a lui, per cadere infine, come esauste dal cammino, alle sue orecchie.
Parole calde, quelle: parole quasi corpose in un certo senso.Uscivan dalla bocca, assieme a nuvole color di niente, come nelle vignette dei giornali per bambini, e facevan pensare, cosi tiepide neßa nebbia, a cose intime e calde, come a un bue in un fienile, ad esempio, o anche, se vogliamo, ad una caldarrosta in una tasca: e si sperdevan quindi nell'aria. Ma gli uomini non si accorgevano affatto di esse: o, forse, le trascuravano del tutto: piccole cose e di nessun valore.
Mirco ebbe quasi il desiderio ad un tratto, istintivo però come d ribrezzo e la paura, di allungar una mano nell'aria e di afferrarne anche una sola, per le ah, come una farfalla o una rondine. Ecco ecco: era presa. Forse avrebbe potuto, magari, prender "volentieri", uscita adesso adesso in una nube calda e densa di fiato, dalla bocca di quell'uomo insignificante come una seppia.
"Ehi, signore: avete perso qualcosa. Questo è vostro, signore."
Magnifico. Sarebbe stato magnifico sul serio. E sorrise anche, un istante.
Poi guardò di nuovo le insegne dei negozi, che gli apparvero, cosi luminose e raggianti, come una lampadina vista fra le lacrime: e si decise infine a scendere sulla strada.A vederla cosi, dall'alto, sembrava quasi avesse una vita propria la strada, avesse un cuore: e fosse lei a muoversi in quel modo nella prima sera, a scorrere e a snodarsi fra marciapiedi e case, come uno strano aspro fiume, fatto di luci, di metalli, di voci.
Era a terra: e voci e persone lo sfioravano rapide, di sfuggita, come ali.
Il cielo ora, colle sue meste nebulose, era lontano da lui come le cose dimenticate: un mondo immensamente lontano, ora, quello: o, più che lontano, assurdo, irreale, come quello che ci fiorisce in mente, alle volte, e per un po' ci rapisce, guardando i re dei tarocchi.
La prima scoperta che fece, toccando l'asfalto lucido e fosco, fu che nessuno, sotto i portici o fra i fanali e le edicole, s'accorgeva veramente del tempo. Passare il tempo, doveva essere qui soltanto un modo di dire, e nient'altro.Un minuto non era, in fondo, che un fattorino che passa in bicicletta, un carretto trainato da un normanno, o un gobbo fermo sul marciapiede: non di più.E nessuno mostrava d'accorgersi, invece, che il tempo era qualcosa di concreto, come i sassi e la pioggia, che passava in silenzio - senza fretta o lentezza: passava - sugli uomini, sulle cose e le acque.
Mirco non parlava mai di politica né aveva le tasche. Perciò non era un uomo: era un angelo.
Solo gli uomini, strano, hanno le tasche: ne sentono un bisogno potente, irresistibile anche se, per lo più, non se ne accorgono apertamente. Create una notte lunga, senz'aurora, e metteteci un uomo solo, in riva a un mare vuoto del volo dei gabbiani: un uomo solo e senza tasche. Lo udrete piangere sconsolato.
Infine si mosse.
Mirco era un angelo che guardava ora, con un sorriso docile e vasto, le cose degli uomini: gli orologi, le pietre, le bandiere.
Era venuto in terra, fra gli uomini semplici e vivi, per ascoltare un concerto di ciechi. C'era Mozart dicevano. E c'erano pure Boccherini e Vivaldi.
Solo nella musica infatti, sfiorando un'arpa o un violino almeno era questa la sua opinione in proposito, alla quale però si manteneva dolcemente attaccato come la coda alle remote comete i cari uomini sotto il caldo sole non apparivano cosi goffamente rozzi.
Egli aveva conosciuto moltissimi uomini in vita: mille uomini forse: e forse anche di più di miße, certo, dal vescovo al poliziotto dilettante.Ma il vescovo soprattutto: un vecchio prelato anglicano, pallido, quasi interiormente, come tutti gli uomini di chiesa, che emetteva, parlando, una bontà e una grazia singolari, ed aveva due strane agili mani che mai avrebbero potuto inumidirsi di sudore o d'altro. E non vecchio, anzi: bensì antico, colla pacata finezza di tutte le antiche cose.Ma, in una sfumatura soltanto, era goffo anche lui alla maniera degli uomini.
Gli uomini hanno sul viso, accanto agli occhi, qualcosa d'atroce e inverosimile come la barba, non conoscono la quadratura del circolo e credono, convinti, che dopo il sei venga il sette: e sorridono anche, sorridono, se si scuote, a questa loro asserzione, la testa.
Quando però s'avvicinano a un flauto è un'altra cosa: egli lo ammetteva senz'altro, serenamente. Nemmeno un confronto, Signore.
Ad ogni modo Mirco preferiva i ciechi; perché anch'essi, silenziosi e composti, e senza riso, rassomigliavano stranamente agli angeli. O li ricordavano, meglio.
I ciechi poi, sono gli unici che ringraziano sempre Dio del sole.
La città gli risultò subito fatta di vie, di case, di porte e d'usci: con sassi grigi dappertutto (niente c'è di più informe di una pietra) e dappertutto muri uguali di color morto. Una nube soltanto - di quelle nubi violacee che ai tramonti s'accavallano nel cielo corne mandre - può coprire una città senza sforzo, può avvolgerla e riempirla di livido e di notte. Eppure il cielo gli appariva infinitamente più semplice: senza nemmeno possibilità di confronto. E Mirco si trovava già un poco a disagio: sentiva qualcosa di indefinito, di vasto, quasi, come un lieve malessere, invaderlo, prenderlo lentamente tutto, propagarsi come un'onda ampia e lenta per il freddo sangue. Qualcosa di simile, infine, - ma non proprio cosi - a quello che è fra gli uomini il sentimento delle cose perdute: un che di vago come di rimpianto.
Pensò alle cose del caro cielo, alto e quieto ora sugli uomini che passavano indifferenti. Un'indifferenza assurda, la loro: quasi offensiva, a pensarci. Nessuno infatti, fra i milioni di uomini sparsi come foglie sulle pianure e ai margini delle acque, in quel momento pensava al cielo ampio su di loro. Non ci pensavano affatto, ora gli uomini: lo ignoravano anzi del tutto come le cose che non esistono.
Quell’uomo là per esempio sulla piazza, dal profilo volgare e la cravatta stravagante, pensava forse ad una donna dai bei seni, in quel momento, una donna chissà dal nome francese, e ignorava il cielo che veniva ad adagiarsi perfino sulla sua casa.
Mirco scosse la testa e volle anche sorridere un poco: ma il sorriso non fece a tempo a fiorirgli sulle labbra, estinguendosi, arido, per via.
Intanto bisognava trovare la via dei suonatori ciechi. I ciechi dalle mani scarne e dal lontano sorriso potevano forse cambiare atmosfera, fargli forse ritrovare se stesso.
E continuò la strada fra le strade.
Quando, infine, giunse in Via dei Mercanti, un uomo, secco e scarnito come un minatore, e che doveva aspettare lì da qualche tempo, gli fece cenno d'entrare in un uscio miserabile che macchiava la compagine lattiginosa della facciata.
Mirco pensò allora a strane cose.
L'odor del buio e del freddo umido di cantina lo accolse di colpo al suo entrare e gli scese nel cuore assieme all'aria che respirava. Ne fu subito preso. Un'aria che sapeva d'intonaco ammuffito, questa, di terra nera e molle su cui i piedi nudi potevan lasciare l'impronta.
S'immaginò anche che ci fosse, allineata oltre l'alone scialbo della candela, una lunga fila di bottighe color scarafaggio e anche, magari, una rustica trappola per topi. Pensò pure, poi, senza saperne bene il perché, che, in quella luce tremula di candela, una farfalla avrebbe assunto proporzioni enormi, impressionanti.
Attorno a lui sedevano uomini: altri uomini - o immagini d'uomini - stavano pure da ogni lato, in piedi, o appoggiati al muro: e le facce apparivano e scomparivano, tutte o in parte, a seconda dei battiti della candela. Di reale sembrava esserci lei soltanto, cosi bianca e decisa sul tavolo: e facce, profili, occhiate, parevano nascere a tratti da lei solo.
Un battito, come di ciglia: ed ecco che la fronte di quell'uomo e il mento del suo compagno sparivano di colpo nel buio. Come se non fossero mai esistiti.
Poi le parole, lentamente, acquistarono significato anche per lui, coprendosi a grado a grado d'un senso che non vi aveva ancora scorto, rivestendosene direi quasi. Si rivelarono, insomma, ed apparvero simili del tutto a quelle degli altri uomini che passeggiavano ora sotto i fanali o stavano, magari, ascoltando, in composta serenità, Boccherini e Vivaldi.
Anche Mirco si mise in ascolto.
Parlava ora un uomo magrissimo, irriducibilmente mesto come un tipografo: - un uomo pensò Mirco - che non doveva mai essere stato bambino.
"Dal punto di vista giuridico, oggi, quel che noi abbiamo in mente di attuare è in un certo senso condannabile. Noi lo ammettiamo pure senza timore, amici. Ma dal punto di vista umano la ragione è nostra, profondamente nostra: la ragione siamo noi anzi. E l'anarchia è l'unica nostra linea di condotta e di vita, un'anarchia pura, però, un'anarchia intransigente."
E sorrise: ma fu un sorriso fermo, quasi scolpito, starei per dire senza vita: che non si comunicava cioè a tutto il viso, ravvivando gli occhi e allargando la fronte: come queflo di certi pugili stanchi quando ricevono un colpo secco sul mento.
Poi l'ombra se lo rimangiò di colpo, inflessibile, assieme al cappello grigio di un altro e al colletto azzurro-marca-da-bollo di un terzo, più in fondo.
Altre parole intanto si incrociavan per l'aria, facevano il giro della stanza, per sperdersi poi nell'oscurità, densa come caligine e, a momenti, palpabile: Mirco sospettò anzi, un istante, che intingendo un dito sopra di sé, nel buio che gli poggiava sulla testa, avrebbe potuto scrivere sulle pareti della stanza. Che erano pareti non propriamente bianche, a guardarle un poco, ma con infiltrazioni quasi azzurrine, come il sangue degli scarafaggi.
Mirco pensava a queste cose a balzi, senza il minimo ordine o collegamento, perché il senso stanco di disagio che adesso lo teneva tutto, gli impediva ormai di riflettere.
Era un altro, ora, che parlava, forse il capo, circospetto negli atteggiamenti e lo sguardo come i baritoni quando entrano in scena:
"Occorrerebbe una letteratura anarchica, come c'è una letteratura gialla: un romanzo anarchico come c'è un romanzo storico, insomma, o d'amore o d'avventure non so. La questione è lì, vedete. Dovremmo avere un Farrel anarchico, o, per intenderci, un Farrel che riuscisse ad esplicare tutta la sua arte in opere esclusivamente anarchiche, mi spiego.
"Molti poi sono anarchici senza saperlo, senza conoscere che i loro sentimenti sono anarchici o, per lo meno, sintomi d'anarchia. Occorrerebbe anche, di conseguenza, una specie di propedeutica all'anarchia. Ad ogni modo io credo bene agire questa sera stessa".
L'uscio s'apri un istante, in quel momento, per lasciare entrare un altr'uomo e, nella striscia di luce delineatasi, sgusciò rapido in cantina buono odor di mondo e di cielo.
L'odor di mondo invase subito la cantina, senza per altro estinguersi di colpo come una folata di vento o di fumo. E Mirco parve solo allora ricordarsi che, fuori dal livido e dal buio, continuavano ad esistere, come prima come sempre, strade lunghe ed insegne lunúnose. E che sopra di esse, calmo ed amico, come tutte le cose senza tempo, si estendeva uguale il cielo con nebulose e comete. E non lontano, come le illusioni o i morti, ma a quattro cinque passi soltanto. L'aria che era entrata ora, sgusciando come un respiro nella stanza senza luce, era aria di strada e di cielo: aria che aveva forse portato con sé per qualche tempo polvere di astri o di luna.
Gli sembrava, ad ogni modo, di essere lì da millenni, o da sempre, non sapeva: ed aveva come la sensazione che questa folata rapida e fresca gli avesse fatto affiorare di colpo cose immagini e mondi sepolti da sempre nel cuore.
Gli uomini invece non se ne accorgevano affatto: dall'uscio, aperto all'improvviso, era entrato per loro un uomo in tuta grigia e nient'altro. Un uomo colle sue idee e la sua voce, e deciso, soprattutto deciso, ad agire fra poco, o anche ora.
Un bisbiglio intanto si propagava all'intomo, toccando appena le labbra: sottile, quasi un fischio, anzi, o come quando si succhia qualcosa: le parole, cosi rapide e sommesse, si propagavano da un lato all'altro della cantina, quasi incomprensibili ormai, come battiti d'ala. Né sembrava, adesso, un discorso alla maniera degli uomini.
Gli uomini, intanto, cominciavano a muoversi: s'accorgevano ora, dopo una lunga pausa assente, d'aver un corpo grande ed ossuto, d'aver braccia e mani. Mani che si potevano anche stringere, volendo, con insospettata violenza. Una scoperta: una rivelazione sul serio.
Avevano insomma ritrovato se stessi, come riscossi da un assai lungo torpore.
Fu allora che Mirco si decise, perché sentiva che era quello il momento. Certo come della luna che guardava ora vergine le cose.
E si avvicinò senza rumore, in punta di piedi e strisciando fra schiene e spalle che odoravano di benzina e di tabacco, all’uomo che aveva parlato poco prirna. Un uomo grande, enorme, ora che lo
vedeva da vicino, fino a sentirgli il fiato aspro di grappa. Egli parlava a questo e a quest'altro, diceva certo, diceva questa sera e altre cose. E Mirco intuì che dopo la candela (che però stava in fretta perdendo la sua linea snella e decisa) era la cosa più importante lì in mezzo: e quasi indispensabile, a momenti.
Fu allora che gli disse, battendogli anche un poco sulla spalla, ma piano piano, con garbo, come si conviene con persone rispettabili e potenti: 'Vostro figlio. Son qui per questo, signore: da quasi un'ora forse e non osavo disturbarvi. Dicevate cose grandi e importanti: davvero non osavo. Ma vostro figlio sta male. Non so, in verità, che cosa abbia, non ne ho la minima idea. Ma sta male molto, questo so".
La cantina allora perse di colpo quell'atmosfera come d'irrealtà che l'avvolgeva tutta: e fu la volta delle parole alte e sonore e dei gesti bruschi e decisi, da uomini. La folla adesso, per la prima volta nela sera, si rivelava all'improvviso per quel ch'era realmente: fattorini e tipografi e camerieri e lottatori e bidelli. Gente che aveva facce comunissime, incredibilmente note; e doveva anche aver nomi ordinari come la carta gialla: Mario Prospero Sandro e peggio ancora: uomini insomma che tiravan carretti e pulivano le strade, raccontandosi a volte, magari, storie semplici e grasse.
Il capo disse vengo. Eccomi vengo. Sembrava che si fosse ora tolto baffi e parrucca, tinta e cerone, come un attore che ha finito proprio ora la sua parte un po' lontana e irreale, d'altri tempi, e che torni ora fra pompieri ed elettricisti, tenendo in mano ancora, ma impacciato e senza sapere proprio che farsene, la sua spada color ottonefanfara. E il capo teneva ancora, della vita di un momento prima, solo un gran pacco di fogli scritti che lasciò poi nelle mani di un compagno.
Son qua, ripeté sollecito e ansimante.
Ed uscirono all'aria. Il cielo li aspettava, come un vigile amico, alto fra i comignoli e i galli di latta.
Mirco rimase solo. La gente non passava più, ora, sui marciapiedi, e qualche nera guardia notturna scivolava in bicicletta sulle strade lucide di freddo. Ma rara, di tanto in tanto.
I pneumatici sull'asfalto davano uno strano suono.
Ciechi, cantina e anarchici gli sembravano adesso solo un incubo o un brutto sogno: e gli rimaneva nel cuore ancora quel senso confuso e vago di smarrimento che lascia appunto un sogno oscuro e opprimente.
Nel silenzio il cielo sembrava più vicino, e questo lo rincuorò del tutto.
Allora volle rialzarsi: oltre le grondaie e i cornicioni la notte era sua. Alzò i piedi, d'un salto leggero, e guardò su di sé la notte che occupava ogni cosa: ma non riuscì a librarsi nell'aria, come sempre. Goffo e pesante, ormai: incredibilnente goffo e pesante, e anche ridicolo un poco, se lui non avesse, invece, cominciato a capire. E fece due tre tentativi ancora, ma senza alcuna speranza; colla certezza, anzi, di nessun risultato, come quando si picchia una quinta volta alla porta che già per quattro non ci ha risposto.
Più nulla da fare ormai: né allargare le braccia né guardare fisso il cielo di sempre. Aveva parlato cogli uomini, ora, e li aveva anche toccati: i loro respiri, nella cantina degli anarchici, si erano confusi col suo. E adesso non poteva più rialzarsi.
Era giusto, tutto questo: o comprensibile almeno.
Aveva ora soltanto un bisogno infantile di piangere piangere piangere, in quella sua disperata solitudine: ma non ci riusciva. Anche la sua ombra, ora che egli stava passando sotto un fanale, scomparve improvvisamente.
Era rimasto veramente solo. E, a vedere il cielo immutato, colle sue grandi nubi sulle case, provò uno sconsolato rimpianto, come a un aquilone che sfugge.

Silvio Castiglioni in "Casa d'altri"

 

 

CASA D'ALTRI

radiodramma teatrale
dal racconto di Silvio D’Arzo

con Silvio Castiglioni

drammaturgia: Andrea Nanni
suoni: Luca Berni, Gianmaria Gamberini
collaborazione artistica: Giovanni Guerrieri
tecnica: Lorenzo Ascani, Beppe Chirico


 

Il mondo non è casa tua e a te sembra di starci a dozzina

Casa d’altri è un giallo dell’anima.
Un’indagine esistenziale scandita dall’attesa di una domanda continuamente differita. Una domanda che ammutolisce chi è chiamato a rispondere. Una suspense che il silenzio non scioglie. Una responsabilità che nessuno è disposto ad assumersi. Una verità da ascoltare voltati da un’altra parte.
Ma è anche “un racconto perfetto”, come lo ha definito Eugenio Montale sulle pagine del Corriere della Sera, dopo la morte di D’Arzo, scomparso a soli 32 anni senza aver visto pubblicato il suo capolavoro.
Nella trasposizione in radiodramma teatrale, le maschere vocali dietro cui si cela l’autore – la vecchia con la sua terribile domanda e il prete con il suo silenzio – affiorano tra gli echi di un paesaggio purgatoriale. La fiaba scorre crudele, insidiata dal silenzio: dietro le maschere non ci sono che specchi…

 

Lettera di Ezio Comparoni per Ada Gorini

   Morto a soli 32 anni, Silvio D'Arzo è un esempio di quegli scrittori poco conosciuti nel panorama nazionale del dopoguerra, nonostante le lodi postume ricevute da Eugenio Montale. Silvio Castiglioni si accosta alla scrittura di D'Arzo in chiave radiofonica, ponendo un curato che parla in prima persona su un alto trespolo contornato da microfoni. Come in altri racconti dello scrittore reggiano, Casa d'altri narra di storie piccole, mosse da accadimenti quotidiani, sul filo delle ansie immaginate dai protagonisti. Il nostro curato è un «prete da sagra», incapace di dedicarsi a offici diversi da matrimoni o catechismi. L'incontro con una vecchia, però, colora brevemente la sua vita fra i monti, fra capre con occhi «che sembrano i nostri»: Castiglioni s'inclina per avvicinare la voce ai microfoni, come un filiforme Giacometti, e racconta dei dialoghi fra parroco e donna che sembrano celare un nocciolo che non può essere detto. La drammaturgia di Andrea Nanni asciuga con efficacia la già elusiva trama di D'Arzo, caricandola di attesa, mentre suoni di campanacci, di uccellini e ruscelli chiedono la nostra immaginazione proprio come in radio. Quello che poteva sembrare uno studio di registrazione diventa infine un teatro: il prete scende, lasciando sul trespolo il guscio vuoto della lunga tunica, viene in proscenio e ci dà le spalle. La vecchia, consumata dal lavoro e dalla devozione di una vita, si è finalmente decisa a domandare se la chiesa tolleri il suicidio. In tempi di podcast, è netta la cifra di questo lavoro, che difende un teatro sommesso, in cui l'artigianale è segno di un rigore che preserva l'empatia con lo spettatore. Come nel commiato del parroco, che esce trascinando una carriola che porta disegnata una capra d'altri tempi e d'altre biografie.

Lorenzo Donati

Silvio Castiglioni, attore, regista è tra i fondatori del Centro di Ricerca per il Teatro di Milano, nel cui ambito ha maturato le prime esperienze formative (con Odin Teatret di Eugenio Barba e Bread and Puppet), ha realizzato in dieci anni numerosi spettacoli del Teatro di Ventura e, fra il 1980 e il 1983, ha collaborato con la direzione del Festival e dell'Istituto di Cultura Teatrale di Santarcangelo. La successiva collaborazione col regista cileno Raùl Ruiz si è concretizzata in un film e quattro spettacoli.
La prima regia è del 1985: Il cacciatore di vento, da un racconto di Tonino Guerra, a cui seguono Il tortuoso amore su testi di Clarice Lispector (1990), Camille C. di Maria Inversi (1991), Marta e Maria di Renato Gabrielli (1992).
Nel 1995 ha scritto e interpretato Corpi estranei, un assolo dedicato a Von Kleist.
Nel 1998, in collaborazione con François Kahn, ha scritto e interpretato Il sogno e la vita, quindi Remengòn, liberamente ispirato a un racconto di Nuto Revelli.
Dopo aver collaborato dal ‘94 al ‘97 con Leo de Berardinis in qualità di condirettore, dal ’98 è stato direttore artistico del Festival Santarcangelo dei Teatri.
Più recentemente, nel 2001, per un pubblico di ragazzi, ha diretto La fattoria degli animali da George Orwell; nel 2002 Il sogno della Croce e nel 2003 La Cena del pane, due spettacoli nell’ambito di Crucifixus, festival dedicato al teatro sacro; nello stesso anno ha interpretato In fondo a destra di Raffaello Baldini per la regia di Federico Tiezzi e Filò, ispirato al poema di Andrea Zanzotto; nel 2004 è nell’Antigone di Sofocle di Bertolt Brecht, ancora per la regia di Federico Tiezzi.

Silvio Castiglioni in "Casa d'altri"

CASA D'ALTRI

radiodramma teatrale
dal racconto di Silvio D’Arzo

con Silvio Castiglioni

drammaturgia: Andrea Nanni
suoni: Luca Berni, Gianmaria Gamberini
collaborazione artistica: Giovanni Guerrieri
tecnica: Lorenzo Ascani, Beppe Chirico


In questi giorni Silvio Castiglioni porta in scena "Casa d'altri" nella riduzione teatrale di Andrea Nanni: il 12, 13, 14 marzo in Valcamonica, al Festival Crucifixus, e il 30 marzo a Castiglioncello, a Castello Pasquini.

È in uscita in libreria un volume, edito da Nuages di Milano, contenente il racconto "Casa d'altri" di Silvio D'Arzo e la riduzione teatrale di Andrea Nanni, illustrato da Georgia Galanti.

 

Le pagine di Il leggio:

* "Il duello" di Giacomo Casanova di Seingalt - Stampa
* "Le vergini" ("Il libro delle vergini") di Gabriele D'Annunzio - Stampa
* "La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene" di Pellegrino Artusi
- Stampa
* "I sonetti romaneschi" di Giuseppe Gioachino Belli - Stampa
* "Varie avvertenze utili e necessarie agli amatori de' buoni libri disposte per via d'alfabeto" di Gaetano Volpi - Stampa
* "Il male oscuro" di Giuseppe Berto - Stampa
* "Dei delitti e delle pene" di Cesare Beccaria - Stampa
* "Lettera ai cappellani militari" e "Lettera ai giudici" di Lorenzo Milani - Stampa
* "Dubbi amorosi" di Pietro Aretino - Stampa
* "Camminare il mondo" di Piero Camporesi - Stampa
* "Decameron" di Giovanni Boccaccio - Stampa
* "Centomila gavette di ghiaccio" di Giulio Bedeschi - Stampa
* "Postuma" e "Rime" di Olindo Guerrini - Stampa
* "La giara" di Luigi Pirandello - Stampa
* "Se questo è un uomo" di Primo Levi - Stampa
* "Canti Orfici" e altro di Dino Campana - Stampa
* "La fine di Mirko" di Silvio D'arzo - Stampa

 

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      "I veri libri devono essere figli non della luce e delle chiacchiere ma dell’oscurità e del silenzio."

      Marcel Proust (Parigi, 1871 †1922), scrittore francese. Il tempo ritrovato




Le immagini che illustrano Scrivere per le imprese fanno parte del ricco corpo di incisioni a corredo dell'Encyclopedie di Diderot e D'Alembert.


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