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Ezio Comparoni (a sinistra)
Il testo a fianco è tratto dalla prefazione a "Nostro
lunedì", il romanzo
che, nelle intenzioni dell'autore, avrebbe
dovuto essere un'opera ampia
e articolata
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Vent'anni fa o press'a poco ogni nostra città
si assomigliava almeno per questo: una ventina di giovani si riunivano
ogni sera a un caffè e dicevano cose bellissítne
fino alle due o tre di notte (anche alle quattro la sera del sabato):
intelligenza fin quanta ne vuoi e spirito e orgoglio e buon gusto
e pudore e tutto quello che occorre. E in fondo una certa innocenza.
Si parlava, come è giusto, di lettere.
Ma il curioso era questo. Leggevamo già il vecchio Conrad,
e il vecchío Melville, e Cechov: ci salutavamo alle volte
dicendo una frase di Lord Jim o di Bartleby, e per scrivere una
novella alla Cechov avremmo dato ogni cosa e anche più.
"Che umanità... che umanità" dicevamo,
ed eravamo magari capaci di organizzare in settimana un convegno
con l'intervento di qualche quarto dí gloria locale. E
poi ecco: tutto quello che usciva da noi era questo e nient'altro
che questo: una colonna o anche mezza o anche meno, più
lucida e fredda del nikel. Dicevamo "provveduto" ed
"istanza" ("messaggio" venne fuori più
tardi): dicevamo "casto" e "remoto" e "1unare",
e altre parole perfino più astemie: per lo più,
parlavamo di bambini o di sogni o di angeli, o magari di tutti
e tre insieme, o di un uomo (per dire) con la testa di cane, che
poi non era né un uomo né un cane e tutto il giorno
se ne stava chiuso in solaio e non apriva mai bocca, e non faceva
mai tanto così, ma sotto, era chiaro, c'era un significato
profondo o anche due: qualche volta addirittura di niente. Praticamente,
non fummo mai in grado di far dire due o tre frasi credibili a
un uomo, ma quanto a fantasmi e bambini e cadaveri nessuno in
coscienza poté farci il più piccolo appunto. Si
può dire che ci specializzammo nel ramo. Ci bastava un
lenzuolo e un giardinetto deserto e un bambino sul far della sera
che guardava il lenzuolo e il giardino, ed ecco subito fuori una
cosa squisita squisita. La "generazione perduta" aveva
già fatto quel che tutti sappiamo. E c'erano Faulkner ed
Hemingway. E il povero Wolfe aveva già trovato la strada
di casa. E poi il cinema. E poi un mucchío di cose.
Il bello è che alla fine ci presero anche sul serio. Prima
qualche rivista (ne avemmo di tutte per noi: in carta a mano).
E poi anche qualche giornale. E poi tutti. Perfino una parte dei
critici. Ci scambiarono addirittura per giovani: ci chiamarono
"I giovani" ín blocco: tutto questo è
un po' comico. Qualche imocente vecchietto autorevole, mezza bandiera
del tempo che fu, che ci prese, chissà poi perché,
benevolmente a proteggere, nel suo assoluto candore non arrivò
mai a sospettare che nessuno alle volte sa più essere vecchio
di un giovane. Che noi eravamo, a dir poco, due o tre volte più
vecchi di lui. E questo poi non è più nemmeno comico.
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Silvio
D’Arzo, o meglio: Ezio Comparoni, poiché il primo è
nome d’arte, nacque a Reggio Emilia il 6 febbraio 1920 da Rosalinda
Comparoni e da padre ignoto, come si diceva allora, e di questo soffrì
molto.
Nonostante le cattive condizioni economiche, che costringevano
la madre a svolgere mestieri occasionali, frequentò le scuole con
grande impegno e ottenne alcune borse di studio. Ancora quindicenne pubblicò
una raccolta di poesie: “Luci e penombre” e una di racconti:
“Maschere”. Ottenuta la maturità classica con due anni
di anticipo presentandosi agli esami come privatista, si iscrisse alla
facoltà di lettere dell’Università di Bologna. Attratto
dalla letteratura inglese e americana, più tardi vi dedicò
una ricca e valida produzione saggistica. Laureatosi, continuò
l’attività letteraria e si dedicò all’insegnamento.
Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, nel luglio
del 1942, Comparoni fu a Canzo (Como) come soldato semplice; poi venne
trasferito ad Avellino, dove frequentò la Scuola Allievi Ufficiali
fino all’agosto del 1943. L’8 settembre fu catturato a Barletta
e avviato verso un campo di prigionia, ma riuscì a fuggire e, tornato
a Reggio Emilia, riprese l’insegnamento e l’attività
letteraria che lo portò a pubblicare racconti e saggi su scrittori
di lingua inglese.
Nel 1951 Comparoni si ammalò gravemente: un linfogranuloma
lo portò alla morte nel gennaio dell’anno successivo, all’età
di soli 31 anni, senza poter vedere pubblicato il suo capolavoro: il racconto
“Casa d’altri” che uscirà per i tipi di Vallecchi
pochi mesi dopo.
Oltre alle prime opere scritte giovanissimo, Comparoni
iniziò un romanzo che non poté terminare: “L’uomo
che camminava per le strade”, pubblicato postumo nel 1981, alcuni
racconti accolti nelle pagine di riviste letterarie tra il 1940 e il 1941
e il romanzo “Essi pensano ad altro”, dello stesso periodo,
pubblicato solo nel 1976. L’unico romanzo edito mentre l’autore
era ancora in vita fu “All’insegna del Buon Corsiero”,
uscito nel gennaio 1943.
“L’osteria” è un romanzo breve,
anch’esso pubblicato postumo, nel 1961, mentre il racconto incompiuto
“Un ragazzo d’altri tempi”, scritto intorno al 1945,
ma pubblicato nel 1983, segna l’evoluzione da un primo periodo letterario
a un secondo, in cui lo stile si semplifica e i contenuti rivelano maggiore
concretezza, secondo gli intendimenti che lo stesso scrittore rivela all’editore
Vallecchi con cui intrattiene una fitta corrispondenza.
L’opera che ha dato a Comparoni maggior fama,
una fama molto inferiore ai meriti dello scrittore, è “Casa
d’altri”, una novella articolata in 15 brevi capitoli. La
scrittura, apparentemente immediata e lineare, cela una struttura narrativa
sofisticata, frutto di una sapiente artigianalità, nel senso più
nobile del termine.
Da quest’opera è stato tratto l’omonimo
radiodramma teatrale portato in scena con grande efficacia lo scorso anno
dall'attore Silvio Castiglioni.
Di seguito, il racconto "Fine di Mirco" da
"L’aria della sera e altri racconti" © 1995/2007
RCS Libri S.p.A. / Bompiani.
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Gli uomini passavano
in fretta nella prima sera: rapidi e scuri, contro le insegne luminose
delle vetrine. E Mirco li stava guardando con simpatia come di madre.
Sentiva quasi di amarli, ora, gli uomini. Essi continuavano intanto a
passare nella nebbia, e parole uscivano a tratti dalle loro bocche, giungendo,
attraverso la strada folta di cose, fino a lui, per cadere infine, come
esauste dal cammino, alle sue orecchie.
Parole calde, quelle: parole quasi corpose in un certo senso.Uscivan dalla
bocca, assieme a nuvole color di niente, come nelle vignette dei giornali
per bambini, e facevan pensare, cosi tiepide neßa nebbia, a cose
intime e calde, come a un bue in un fienile, ad esempio, o anche, se vogliamo,
ad una caldarrosta in una tasca: e si sperdevan quindi nell'aria. Ma gli
uomini non si accorgevano affatto di esse: o, forse, le trascuravano del
tutto: piccole cose e di nessun valore.
Mirco ebbe quasi il desiderio ad un tratto, istintivo però come
d ribrezzo e la paura, di allungar una mano nell'aria e di afferrarne
anche una sola, per le ah, come una farfalla o una rondine. Ecco ecco:
era presa. Forse avrebbe potuto, magari, prender "volentieri",
uscita adesso adesso in una nube calda e densa di fiato, dalla bocca di
quell'uomo insignificante come una seppia.
"Ehi, signore: avete perso qualcosa. Questo è vostro, signore."
Magnifico. Sarebbe stato magnifico sul serio. E sorrise anche, un istante.
Poi guardò di nuovo le insegne dei negozi, che gli apparvero, cosi
luminose e raggianti, come una lampadina vista fra le lacrime: e si decise
infine a scendere sulla strada.A vederla cosi, dall'alto, sembrava quasi
avesse una vita propria la strada, avesse un cuore: e fosse lei a muoversi
in quel modo nella prima sera, a scorrere e a snodarsi fra marciapiedi
e case, come uno strano aspro fiume, fatto di luci, di metalli, di voci.
Era a terra: e voci e persone lo sfioravano rapide, di sfuggita, come
ali.
Il cielo ora, colle sue meste nebulose, era lontano da lui come le cose
dimenticate: un mondo immensamente lontano, ora, quello: o, più
che lontano, assurdo, irreale, come quello che ci fiorisce in mente, alle
volte, e per un po' ci rapisce, guardando i re dei tarocchi.
La prima scoperta che fece, toccando l'asfalto lucido e fosco, fu che
nessuno, sotto i portici o fra i fanali e le edicole, s'accorgeva veramente
del tempo. Passare il tempo, doveva essere qui soltanto un modo di dire,
e nient'altro.Un minuto non era, in fondo, che un fattorino che passa
in bicicletta, un carretto trainato da un normanno, o un gobbo fermo sul
marciapiede: non di più.E nessuno mostrava d'accorgersi, invece,
che il tempo era qualcosa di concreto, come i sassi e la pioggia, che
passava in silenzio - senza fretta o lentezza: passava - sugli uomini,
sulle cose e le acque.
Mirco non parlava mai di politica né aveva le tasche. Perciò
non era un uomo: era un angelo.
Solo gli uomini, strano, hanno le tasche: ne sentono un bisogno potente,
irresistibile anche se, per lo più, non se ne accorgono apertamente.
Create una notte lunga, senz'aurora, e metteteci un uomo solo, in riva
a un mare vuoto del volo dei gabbiani: un uomo solo e senza tasche. Lo
udrete piangere sconsolato.
Infine si mosse.
Mirco era un angelo che guardava ora, con un sorriso docile e vasto, le
cose degli uomini: gli orologi, le pietre, le bandiere.
Era venuto in terra, fra gli uomini semplici e vivi, per ascoltare un
concerto di ciechi. C'era Mozart dicevano. E c'erano pure Boccherini e
Vivaldi.
Solo nella musica infatti, sfiorando un'arpa o un violino almeno era questa
la sua opinione in proposito, alla quale però si manteneva dolcemente
attaccato come la coda alle remote comete i cari uomini sotto il caldo
sole non apparivano cosi goffamente rozzi.
Egli aveva conosciuto moltissimi uomini in vita: mille uomini forse: e
forse anche di più di miße, certo, dal vescovo al poliziotto
dilettante.Ma il vescovo soprattutto: un vecchio prelato anglicano, pallido,
quasi interiormente, come tutti gli uomini di chiesa, che emetteva, parlando,
una bontà e una grazia singolari, ed aveva due strane agili mani
che mai avrebbero potuto inumidirsi di sudore o d'altro. E non vecchio,
anzi: bensì antico, colla pacata finezza di tutte le antiche cose.Ma,
in una sfumatura soltanto, era goffo anche lui alla maniera degli uomini.
Gli uomini hanno sul viso, accanto agli occhi, qualcosa d'atroce e inverosimile
come la barba, non conoscono la quadratura del circolo e credono, convinti,
che dopo il sei venga il sette: e sorridono anche, sorridono, se si scuote,
a questa loro asserzione, la testa.
Quando però s'avvicinano a un flauto è un'altra cosa: egli
lo ammetteva senz'altro, serenamente. Nemmeno un confronto, Signore.
Ad ogni modo Mirco preferiva i ciechi; perché anch'essi, silenziosi
e composti, e senza riso, rassomigliavano stranamente agli angeli. O li
ricordavano, meglio.
I ciechi poi, sono gli unici che ringraziano sempre Dio del sole.
La città gli risultò subito fatta di vie, di case, di porte
e d'usci: con sassi grigi dappertutto (niente c'è di più
informe di una pietra) e dappertutto muri uguali di color morto. Una nube
soltanto - di quelle nubi violacee che ai tramonti s'accavallano nel cielo
corne mandre - può coprire una città senza sforzo, può
avvolgerla e riempirla di livido e di notte. Eppure il cielo gli appariva
infinitamente più semplice: senza nemmeno possibilità di
confronto. E Mirco si trovava già un poco a disagio: sentiva qualcosa
di indefinito, di vasto, quasi, come un lieve malessere, invaderlo, prenderlo
lentamente tutto, propagarsi come un'onda ampia e lenta per il freddo
sangue. Qualcosa di simile, infine, - ma non proprio cosi - a quello che
è fra gli uomini il sentimento delle cose perdute: un che di vago
come di rimpianto.
Pensò alle cose del caro cielo, alto e quieto ora sugli uomini
che passavano indifferenti. Un'indifferenza assurda, la loro: quasi offensiva,
a pensarci. Nessuno infatti, fra i milioni di uomini sparsi come foglie
sulle pianure e ai margini delle acque, in quel momento pensava al cielo
ampio su di loro. Non ci pensavano affatto, ora gli uomini: lo ignoravano
anzi del tutto come le cose che non esistono.
Quell’uomo là per esempio sulla piazza, dal profilo volgare
e la cravatta stravagante, pensava forse ad una donna dai bei seni, in
quel momento, una donna chissà dal nome francese, e ignorava il
cielo che veniva ad adagiarsi perfino sulla sua casa.
Mirco scosse la testa e volle anche sorridere un poco: ma il sorriso non
fece a tempo a fiorirgli sulle labbra, estinguendosi, arido, per via.
Intanto bisognava trovare la via dei suonatori ciechi. I ciechi dalle
mani scarne e dal lontano sorriso potevano forse cambiare atmosfera, fargli
forse ritrovare se stesso.
E continuò la strada fra le strade.
Quando, infine, giunse in Via dei Mercanti, un uomo, secco e scarnito
come un minatore, e che doveva aspettare lì da qualche tempo, gli
fece cenno d'entrare in un uscio miserabile che macchiava la compagine
lattiginosa della facciata.
Mirco pensò allora a strane cose.
L'odor del buio e del freddo umido di cantina lo accolse di colpo al suo
entrare e gli scese nel cuore assieme all'aria che respirava. Ne fu subito
preso. Un'aria che sapeva d'intonaco ammuffito, questa, di terra nera
e molle su cui i piedi nudi potevan lasciare l'impronta.
S'immaginò anche che ci fosse, allineata oltre l'alone scialbo
della candela, una lunga fila di bottighe color scarafaggio e anche, magari,
una rustica trappola per topi. Pensò pure, poi, senza saperne bene
il perché, che, in quella luce tremula di candela, una farfalla
avrebbe assunto proporzioni enormi, impressionanti.
Attorno a lui sedevano uomini: altri uomini - o immagini d'uomini - stavano
pure da ogni lato, in piedi, o appoggiati al muro: e le facce apparivano
e scomparivano, tutte o in parte, a seconda dei battiti della candela.
Di reale sembrava esserci lei soltanto, cosi bianca e decisa sul tavolo:
e facce, profili, occhiate, parevano nascere a tratti da lei solo.
Un battito, come di ciglia: ed ecco che la fronte di quell'uomo e il mento
del suo compagno sparivano di colpo nel buio. Come se non fossero mai
esistiti.
Poi le parole, lentamente, acquistarono significato anche per lui, coprendosi
a grado a grado d'un senso che non vi aveva ancora scorto, rivestendosene
direi quasi. Si rivelarono, insomma, ed apparvero simili del tutto a quelle
degli altri uomini che passeggiavano ora sotto i fanali o stavano, magari,
ascoltando, in composta serenità, Boccherini e Vivaldi.
Anche Mirco si mise in ascolto.
Parlava ora un uomo magrissimo, irriducibilmente mesto come un tipografo:
- un uomo pensò Mirco - che non doveva mai essere stato bambino.
"Dal punto di vista giuridico, oggi, quel che noi abbiamo in mente
di attuare è in un certo senso condannabile. Noi lo ammettiamo
pure senza timore, amici. Ma dal punto di vista umano la ragione è
nostra, profondamente nostra: la ragione siamo noi anzi. E l'anarchia
è l'unica nostra linea di condotta e di vita, un'anarchia pura,
però, un'anarchia intransigente."
E sorrise: ma fu un sorriso fermo, quasi scolpito, starei per dire senza
vita: che non si comunicava cioè a tutto il viso, ravvivando gli
occhi e allargando la fronte: come queflo di certi pugili stanchi quando
ricevono un colpo secco sul mento.
Poi l'ombra se lo rimangiò di colpo, inflessibile, assieme al cappello
grigio di un altro e al colletto azzurro-marca-da-bollo di un terzo, più
in fondo.
Altre parole intanto si incrociavan per l'aria, facevano il giro della
stanza, per sperdersi poi nell'oscurità, densa come caligine e,
a momenti, palpabile: Mirco sospettò anzi, un istante, che intingendo
un dito sopra di sé, nel buio che gli poggiava sulla testa, avrebbe
potuto scrivere sulle pareti della stanza. Che erano pareti non propriamente
bianche, a guardarle un poco, ma con infiltrazioni quasi azzurrine, come
il sangue degli scarafaggi.
Mirco pensava a queste cose a balzi, senza il minimo ordine o collegamento,
perché il senso stanco di disagio che adesso lo teneva tutto, gli
impediva ormai di riflettere.
Era un altro, ora, che parlava, forse il capo, circospetto negli atteggiamenti
e lo sguardo come i baritoni quando entrano in scena:
"Occorrerebbe una letteratura anarchica, come c'è una letteratura
gialla: un romanzo anarchico come c'è un romanzo storico, insomma,
o d'amore o d'avventure non so. La questione è lì, vedete.
Dovremmo avere un Farrel anarchico, o, per intenderci, un Farrel che riuscisse
ad esplicare tutta la sua arte in opere esclusivamente anarchiche, mi
spiego.
"Molti poi sono anarchici senza saperlo, senza conoscere che i loro
sentimenti sono anarchici o, per lo meno, sintomi d'anarchia. Occorrerebbe
anche, di conseguenza, una specie di propedeutica all'anarchia. Ad ogni
modo io credo bene agire questa sera stessa".
L'uscio s'apri un istante, in quel momento, per lasciare entrare un altr'uomo
e, nella striscia di luce delineatasi, sgusciò rapido in cantina
buono odor di mondo e di cielo.
L'odor di mondo invase subito la cantina, senza per altro estinguersi
di colpo come una folata di vento o di fumo. E Mirco parve solo allora
ricordarsi che, fuori dal livido e dal buio, continuavano ad esistere,
come prima come sempre, strade lunghe ed insegne lunúnose. E che
sopra di esse, calmo ed amico, come tutte le cose senza tempo, si estendeva
uguale il cielo con nebulose e comete. E non lontano, come le illusioni
o i morti, ma a quattro cinque passi soltanto. L'aria che era entrata
ora, sgusciando come un respiro nella stanza senza luce, era aria di strada
e di cielo: aria che aveva forse portato con sé per qualche tempo
polvere di astri o di luna.
Gli sembrava, ad ogni modo, di essere lì da millenni, o da sempre,
non sapeva: ed aveva come la sensazione che questa folata rapida e fresca
gli avesse fatto affiorare di colpo cose immagini e mondi sepolti da sempre
nel cuore.
Gli uomini invece non se ne accorgevano affatto: dall'uscio, aperto all'improvviso,
era entrato per loro un uomo in tuta grigia e nient'altro. Un uomo colle
sue idee e la sua voce, e deciso, soprattutto deciso, ad agire fra poco,
o anche ora.
Un bisbiglio intanto si propagava all'intomo, toccando appena le labbra:
sottile, quasi un fischio, anzi, o come quando si succhia qualcosa: le
parole, cosi rapide e sommesse, si propagavano da un lato all'altro della
cantina, quasi incomprensibili ormai, come battiti d'ala. Né sembrava,
adesso, un discorso alla maniera degli uomini.
Gli uomini, intanto, cominciavano a muoversi: s'accorgevano ora, dopo
una lunga pausa assente, d'aver un corpo grande ed ossuto, d'aver braccia
e mani. Mani che si potevano anche stringere, volendo, con insospettata
violenza. Una scoperta: una rivelazione sul serio.
Avevano insomma ritrovato se stessi, come riscossi da un assai lungo torpore.
Fu allora che Mirco si decise, perché sentiva che era quello il
momento. Certo come della luna che guardava ora vergine le cose.
E si avvicinò senza rumore, in punta di piedi e strisciando fra
schiene e spalle che odoravano di benzina e di tabacco, all’uomo
che aveva parlato poco prirna. Un uomo grande, enorme, ora che lo
vedeva da vicino, fino a sentirgli il fiato aspro di grappa. Egli parlava
a questo e a quest'altro, diceva certo, diceva questa sera e altre cose.
E Mirco intuì che dopo la candela (che però stava in fretta
perdendo la sua linea snella e decisa) era la cosa più importante
lì in mezzo: e quasi indispensabile, a momenti.
Fu allora che gli disse, battendogli anche un poco sulla spalla, ma piano
piano, con garbo, come si conviene con persone rispettabili e potenti:
'Vostro figlio. Son qui per questo, signore: da quasi un'ora forse e non
osavo disturbarvi. Dicevate cose grandi e importanti: davvero non osavo.
Ma vostro figlio sta male. Non so, in verità, che cosa abbia, non
ne ho la minima idea. Ma sta male molto, questo so".
La cantina allora perse di colpo quell'atmosfera come d'irrealtà
che l'avvolgeva tutta: e fu la volta delle parole alte e sonore e dei
gesti bruschi e decisi, da uomini. La folla adesso, per la prima volta
nela sera, si rivelava all'improvviso per quel ch'era realmente: fattorini
e tipografi e camerieri e lottatori e bidelli. Gente che aveva facce comunissime,
incredibilmente note; e doveva anche aver nomi ordinari come la carta
gialla: Mario Prospero Sandro e peggio ancora: uomini insomma che tiravan
carretti e pulivano le strade, raccontandosi a volte, magari, storie semplici
e grasse.
Il capo disse vengo. Eccomi vengo. Sembrava che si fosse ora tolto baffi
e parrucca, tinta e cerone, come un attore che ha finito proprio ora la
sua parte un po' lontana e irreale, d'altri tempi, e che torni ora fra
pompieri ed elettricisti, tenendo in mano ancora, ma impacciato e senza
sapere proprio che farsene, la sua spada color ottonefanfara. E il capo
teneva ancora, della vita di un momento prima, solo un gran pacco di fogli
scritti che lasciò poi nelle mani di un compagno.
Son qua, ripeté sollecito e ansimante.
Ed uscirono all'aria. Il cielo li aspettava, come un vigile amico, alto
fra i comignoli e i galli di latta.
Mirco rimase solo. La gente non passava più, ora, sui marciapiedi,
e qualche nera guardia notturna scivolava in bicicletta sulle strade lucide
di freddo. Ma rara, di tanto in tanto.
I pneumatici sull'asfalto davano uno strano suono.
Ciechi, cantina e anarchici gli sembravano adesso solo un incubo o un
brutto sogno: e gli rimaneva nel cuore ancora quel senso confuso e vago
di smarrimento che lascia appunto un sogno oscuro e opprimente.
Nel silenzio il cielo sembrava più vicino, e questo lo rincuorò
del tutto.
Allora volle rialzarsi: oltre le grondaie e i cornicioni la notte era
sua. Alzò i piedi, d'un salto leggero, e guardò su di sé
la notte che occupava ogni cosa: ma non riuscì a librarsi nell'aria,
come sempre. Goffo e pesante, ormai: incredibilnente goffo e pesante,
e anche ridicolo un poco, se lui non avesse, invece, cominciato a capire.
E fece due tre tentativi ancora, ma senza alcuna speranza; colla certezza,
anzi, di nessun risultato, come quando si picchia una quinta volta alla
porta che già per quattro non ci ha risposto.
Più nulla da fare ormai: né allargare le braccia né
guardare fisso il cielo di sempre. Aveva parlato cogli uomini, ora, e
li aveva anche toccati: i loro respiri, nella cantina degli anarchici,
si erano confusi col suo. E adesso non poteva più rialzarsi.
Era giusto, tutto questo: o comprensibile almeno.
Aveva ora soltanto un bisogno infantile di piangere piangere piangere,
in quella sua disperata solitudine: ma non ci riusciva. Anche la sua ombra,
ora che egli stava passando sotto un fanale, scomparve improvvisamente.
Era rimasto veramente solo. E, a vedere il cielo immutato, colle sue grandi
nubi sulle case, provò uno sconsolato rimpianto, come a un aquilone
che sfugge.
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