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IL
RISCHIO NON È UN MESTIERE
Una grande mostra itinerante, intitolata "Il rischio
non è un mestiere - Il lavoro, la salute, la
sicurezza dei lavoratori in Italia nelle fotografie
delle collezioni Alinari", che descrive le condizioni
del lavoro in Italia a partire dalla seconda metà
dell’Ottocento attraverso le fotografie tratte
dalle collezioni Alinari, il più importante fondo
fotografico del nostro Paese e uno dei maggiori nel
mondo, è stata inaugurata nella Sala delle Bandiere
del Quirinale il 18 ottobre 2007 per poi approdare a
Firenze presso gli Uffizi nella ex Chiesa San Pier Scheraggio,
dove è rimasta aperta al pubblico dal 16 dicembre
al 15 gennaio 2008.
La mostra, a cura del Ministero del Lavoro, della Fondazione
per la Storia della Fotografia Fratelli Alinari e delll’INAIL,
si fregia dell’Alto Patronato del Presidente della
Repubblica.
"Il rischio non è un mestiere" ripercorre
l’iter che ha visto la trasformazione dell’Italia
da paese eminentemente agricolo a paese industrializzato
e testimonia dell’evoluzione delle condizioni
di sicurezza e salute in ambito lavorativo.
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"Il
rischio non è un mestiere" permette di inquadrare
le immagini nella loro dimensione storica e ne consente una
lettura critica in quanto specchio della società e
della cultura italiana tra passato e presente.
Le immagini più
recenti, dagli anni Ottanta del Novecento in poi, mostrano
come le moderne tecnologie abbiano trasformato il lavoro sviluppando,
da un lato, nuovi sistemi di sicurezza, ma introducendo, dall’altro,
nuovi rischi, senza eliminare ampie aree di arretratezza in
cui impera l’illegalità e il lavoro nero imposto
da imprenditori senza scrupoli a lavoratori spesso provenienti
dall’immigrazione clandestina.
 
La mostra propone un genere di fotografia che testimonia la
realtà e non segue vacui canoni estetici, tuttavia
affianca alla precisione documentale, una certa estetizzazione
del lavoro, anche sotto il profilo del rischio. Non avrebbe
potuto essere diversamente, in considerazione del fatto che
gli autori sono in genere fotografi professionisti che, se
non sempre esprimono una grande personalità, tuttavia
manifestano notevoli proprietà tecniche e culturali.
| La
grande stagione del fotogiornalismo italiano, nel secondo
dopoguerra, crea una panoramica divulgativa ampia, di
cui la mostra esprime molti interessanti esempi.
Articolata in sezioni, che seguono un filo cronologico
e tematico insieme, la mostra individua quattro fasi,
determinate da alcuni passaggi fondamentali nella legislazione
in materia di protezione del lavoro:
• le origini, dall’unità d’Italia
agli inizi del XX secolo;
• l’affermazione di un consistente tessuto
industriale in una nazione ancora prevalentemente agricola,
fra età giolittiana e
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Seconda
Guerra Mondiale;
• la grande trasformazione del dopoguerra e
gli anni del boom economico;
• la fase attuale del lavoro tecnologizzato,
ma anche del lavoro precario, del lavoro nero, del
lavoro senza regole degli immigrati clandestini.
"Il rischio non è un mestiere" ripercorre
un’evoluzione che non è lineare. La situazione
dei primi anni dopo la conquista dell’unità,
in cui prevalgono la miseria endemica, lo sfruttamento
del lavoro, non escluso quello minorile, con l’assenza
pressoché assoluta di misure di sicurezza,
si evolve in una crescente attenzione
verso i
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problemi della sicurezza sul lavoro.
L’applicazione di misure di protezione non avviene regolarmente,
ma si concentra in alcuni periodi, come l’età giolittiana
delle riforme sociali, il periodo fascista o l’epoca del
miracolo economico del secondo dopoguerra, in cui si registrano
cambiamenti evidenti a cui contribuiscono i movimenti sociali,
sindacali e politici, che le immagini riescono a riflettere.
Esiste una progressiva crescita della sensibilità nei
confronti della sicurezza sul lavoro, ma contemporaneamente
emergono significative contraddizioni che offrono il quadro
di una situazione molto complessa nella quale a un’ampia
area del mondo del lavoro in cui la salute dei lavoratori è
tutelata si contrappongono fasce estese caratterizzate dallo
sfruttamento e dalla mancanza delle più ovvie misure
di tutela.
Inoltre, nelle realtà tecnologicamente più avanzate,
emergono nuove forme di rischio legate allo sviluppo tecnologico,
ancora più pericolose rispetto alle tradizionali fonti
di rischio. |
INTERVISTA AL
PROFESSOR LUIGI TOMASSINI, CURATORE DELLA MOSTRA "IL RISCHIO
NON E' UN MESTIERE"
"IL
RISCHIIO SUL LAVORO È SPESSO OCCULTO E INSIDIOSAMENTE CELATO
SOTTO OPERAZIONI BANALI E APPARENTEMENTE PRIVE DI PERICOLI EVIDENTI;
RENDERLO VISIBILE E PERCEPIBILE AD UN PUBBLICO LARGO, NON SPECIALISTICO,
È LA PRIMA DIFFICOLTÀ"
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Che
mole di lavoro ha comportato l’allestimento della mostra?
Quali persone ha coinvolto, in che ruoli e per quanto tempo?
Preparare ed allestire una mostra del genere comporta in
primo luogo un lavoro di progettazione e di ideazione. Il rischio
sul lavoro è spesso occulto e insidiosamente celato sotto
operazioni banali e apparentemente prive di pericoli evidenti;
renderlo visibile e percepibile ad un pubblico largo, non specialistico,
è la prima difficoltà. Una seconda, rilevante,
è data dal fatto che spesso la fotografia non ha prestato
attenzione al fenomeno, e non si è interessata del lavoro,
o lo ha fatto con un taglio più estetizzante o tecnico,
che informativo o di denuncia.
Occorreva quindi stabilire una idea guida della mostra, che
è stata quella di ricercare, nelle fotografie degli archivi
Alinari, una specie di geografia storica (per settori produttivi
e per luoghi chiave) e una serie di situazioni esemplari, per
capire meglio il fenomeno, per analizzare e visualizzare le
varie forme di rischio per la salute dei lavoratori che si sono
presentate storicamente nel periodo che va dall'unità
d'Italia ai nostri giorni.
Si è quindi svolta una ricerca storica in proposito,
che ha coinvolto in primo luogo direttamente Franco Carnevale
e Alberto Baldasseroni, i due autori dei saggi in catalogo,
che sono fra i maggiori specialisti italiani di storia della
salute dei lavoratori, e indirettamente un gruppo di lavoro
più ampio, composto da sette ricercatori storici che
in un periodo appena precedente avevano condotto una analoga
ricerca storica presso l'ISPESL (Istituto Superiore per la Prevenzione
e la Sicurezza del Lavoro).
Successivamente, sotto la direzione editoriale di Giovanna Naldi,
si è svolta l'attività di reperimento e selezione
del materiale iconografico. Questa attività ha comportato
il lavoro, per circa sei mesi, di un gruppo di ricercatrici
iconografiche della Fondazione Alinari, coordinate da Valentina
Tofani, che hanno non solo selezionato all'interno dei vastissimi
fondi archivistici in possesso degli Alinari, ma, su indicazione
dei curatori, hanno anche ricercato una serie di immagini specifiche
di altri fotografi e di altri archivi che erano state giudicate
necessarie per documentare meglio i vari aspetti secondo le
linee guida individuate in fase di progettazione.
A questa fase è seguita la fase della riproduzione delle
immagini: una mostra fotografica di questo tipo, mirata a documentare
storicamente un fenomeno, non deve essere trattata come una
mostra in cui prevalgono gli aspetti artistici od autoriali
della fotografia, e quindi non deve necessariamente essere legata
alla esposizione degli originali (dato che l'attenzione per
i diversi "oggetti" fotografici, in dimensioni e tipologie
estremamente varie, finirebbe per prevalere sulla intenzione
documentativa storica); ma ciò non vuol dire affatto
non rispettare precisi
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LUIGI TOMASSINI
Docente di Storia contemporanea
e di Storia e tecnica della fotografia presso la facoltà
di conservazione dei beni culturali dell’Università
di Bologna, si è interessato in particolare di
storia della società italiana fra XIX e XX secolo,
di storia e fonti iconografiche, con una ampia produzione
scientifica, edita in Italia e nei principali paesi europei.
Dal 1977 (mostra I fratelli Alinari fotografi a Firenze)
partecipa a mostre, iniziative, convegni, promuovendo
attività di studio e di tutela del patrimonio fotografico
storico, e pubblicando vari saggi sulla storia della fotografia
fra XIX e XX secolo. Si è occupato in particolare
della storia dei grandi fotogafi editori italiani dell'Ottocento,
a partire dagli Alinari, della rappresentazione della
violenza bellica in alcuni paesi europei nel XX secolo,
ha vinto nel 2002 un grant della Fondazione Hasselblad
di Stoccolma, bandito su scala internazionale, per una
ricerca su “Photography and morals in Europe from
the 1870’s to 1914”.
È membro del Comitato Scientifico del Museo di
Storia della Fotografia Fratelli Alinari, condirettore
di «AFT - Rivista di Storia e Fotografia»,
coordinatore della lista di discussione “S-fotografie”
istituita in collaborazione con la Società Italiana
per lo Studio della Storia Contemporanea (SISSCO); membro
del comitato di direzione della rivista “Memoria
e Ricerca” per la quale è responsabile della
rubrica “Documento/Immagine”. È attualmente
presidente della SISF (Società Italiana per lo
Studio della Fotografia). |
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standard
di qualità nella
riproduzione degli originali,
edi precisione filologica nella loro schedatura.
Quindi anche l'allestimento ha significato un lavoro che ha impiegato
lo staff delle ricercatrici Alinari in contatto con la tipografia
per un lavoro di controllo sulla qualità, sia del catalogo
che della mostra, per mantenere gli standard particolarmente elevati
che erano richiesti per l'occasione.
Quante sono
le fotografie che compongono la mostra?
Le
fotografie che compongono la mostra sono 150. Sono tutte riportate
nel catalogo, e provengono tutte o dagli archivi Alinari, o da fotografi
che hanno per l'occasione fornito le immagini loro richieste in originale
o comunque con i livelli qualitativi e i controlli autoriali adeguati.
Nel catalogo sono inoltre presenti una serie di immagini, di carattere
diverso, non provenienti dagli archivi Alinari, ma in gran parte da
riviste specializzate di medicina del lavoro a partire dal periodo
delle origini, o da opere a stampa specializzate, talvolta antiche
o rare, o anche da documenti sindacali e di denuncia. La "qualità"
fotografica di queste immagini non è paragonabile a quella
delle fotografie esposte in mostra, anche perché spesso non
è possibile risalire agli originali, ma si tratta comunque
di opere che hanno un rilevante valore documentario per i saggi contenuti
nel catalogo. Queste immagini si distinguono senza difficoltà
da quelle esposte in mostra, che compongono invece la prima e più
ampia parte del catalogo.
Secondo quali
criteri sono state scelte le immagini?
Le
immagini in mostra sono state scelte con un duplice criterio. In primo
luogo sono state selezionate le immagini che rappresentavano nel modo
migliore, secondo i curatori e i ricercatori iconografici, le situazioni
di rischio in una serie di settori chiave, conducendo la selezione
in modo da coprire in maniera il più possibile esauriente ed
equilibrata i settori produttivi in cui il problema storicamente si
è posto in maniera più evidente e significativa, e le
aree geografiche, in modo da offrire un quadro per quanto possibile
esteso di tutta la realtà del paese. Successivamente, si sono
individuate quattro grandi fasi cronologiche su cui si è costruito
un percorso diacronico. Le fasi sono:
a) il periodo delle origini, caratterizzato da una situazione in cui
la salute dei lavoratori non è insidiata solo dalla scarsa
tutela sanitaria e antinfortunistica, ma anche e soprattutto dalla
miseria, dalla denutrizione, dalle pessime condizioni igieniche, dalla
diffusione di epidemie, come nel caso delle centinaia di lavoratori
morti per l'anchilostomiasi durante i lavori per il Gottardo.
b) Il periodo in cui si forma in Italia una sostanziosa base industriale,
a partire dal "decollo" d'inizio secolo, attraverso la accelerazione
portata dalla prima guerra mondiale, fino allo sviluppo di alcuni
settori importanti nel periodo che comprende il fascismo e la seconda
guerra mondiale; i problemi della sicurezza sul lavoro ottengono una
prima seppure elementare sistemazione legislativa nel corso dell'età
giolittiana e del primo dopoguerra, mentre durante il fascismo si
ha un certo sviluppo delle forme di assicurazione sociale e antinfortunistica
(quindi ex-post rispetto all'evento), ma in un contesto in cui le
forme di autotutela della componente lavoratrice sono fortemente limitate
dalla assenza di una libera dialettica sindacale.
c) Il periodo dell'immediato dopoguerra, con l'intenso lavoro di ricostruzione
dell'apparato produttivo che porta poi al "boom" degli anni
'60 e alla successiva crisi, ma anche consolidamento e stabilizzazione
dell'Italia come grande potenza industriale, fra gli anni '70 e '80.
Il periodo è caratterizzato dal ritorno della libera dialettica
sindacale, dalla presenza di forti movimenti di sensibilizzazione
dell'opinione pubblica, da alcune grandi inchieste, e da alcuni provvedimenti
molto significativi sul piano normativo.
d) L'ultimo periodo, quello contemporaneo, in cui finito il ciclo
fordista, i processi lavorativi tendono a trasformarsi, a rendersi
più flessibili, mobili e precari, in cui appaiono forme nuove
di lavoro nero, non protetto, che rimandano a condizioni di sfruttamento
e di indigenza e mancata tutela simili paradossalmente a quelle del
periodo delle origini.
Quali
sono i fotografi che hanno testimoniato più efficacemente il
mondo del lavoro nella storia del nostro Paese?
Nella
fotografia italiana non si ha una tradizione di fotografia del lavoro
paragonabile per estensione e precocità a quella di altri paesi
occidentali, come ad esempio gli Stati Uniti d'America: non vi sono
cioè fino al secondo dopoguerra figure assimilabili, per interessi
e per taglio della loro opera complessiva, a fotografi come Jacob
Riis o Lewis Hine, per non parlare dei fotografi della Farm Security
Administration: fotografi cioè che per interessi di indagine
sociologica o denuncia giornalistica, per incarichi di documentazione
in una fase prolungata e significativa della loro attività
o in tutta la loro carriera si siano dedicati specificamente a rappresentare
il mondo del lavoro. Le foto di questo periodo in Italia provengono
soprattutto dai grandi studi fotografici di rilevanza nazionale (Alinari
e Brogi in primis, lo studio Villani dal periodo fra le due guerre)
e poi da fotografi che hanno un ruolo analogo su scala regionale (come
ad esempio Eugenio Interguglielmi per la Sicilia); molto spesso però
non è neppure possibile risalire con certezza all'autore, soprattutto
per i fondi fotografici che sono giunti a far parte degli archivi
Alinari provenendo da archivi di enti o aziende per le quali il materiale
fotografico aveva un significato documentativo e funzionale estremamente
più importante di quello autoriale. Dopo la seconda guerra
mondiale e dopo la nascita della Repubblica (fondata sul lavoro, in
un contesto quindi di nuova attenzione alle rappresentazioni del lavoro)
si afferma invece anche in Italia una significativa presenza di fotografi
che si rivolgono al mondo delle attività produttive e dei lavoratori.
Fra questi, che sono largamente presenti nella mostra, si possono
rintracciare "firme" assai note, come quelle, tra le altre,
di Vincenzo Aragozzini, Gianni Berengo Gardin, Maurizio Bizziccari,
Uliano Lucas, Fosco Maraini, Enzo Sellerio, Fedele Toscani, fino,
in tempi più recenti, ad autori come Maurizio Berlincioni,
Dino Fracchia o George Tatge.
Si
possono fare degli identikit dei fotografi dai cui archivi sono state
tratte le opere esposte? Quali erano le loro motivazioni?
Gli autori delle fotografie, nel periodo
delle origini, sono sostanzialmente di due tipi: i fotografi professionali
dei grandi "fotografi editori", come gli Alinari, e i fotografi
professionisti locali. I fotografi dipendenti dalle grandi case fotografiche
avevano naturalmente una solidissima preparazione tecnica, mirata
soprattutto sulla costruzione rigorosa, equilibrata e informativa
dell'immagine; i fotografi locali erano ugualmente di regola molto
preparati sul piano tecnico e professionale, ma avevano una cultura
eclettica, influenzata dal pittorialismo, anche se ancorata a finalità
documentative e informative. In alcuni casi, il fotografo locale poteva
essere fortemente influenzato dalla presenza di una forte committenza
industriale (ad esempio il caso di Negri in Lombardia) e quindi giungere
a specializzarsi come fotografo industriale; in pochissimi casi (come
all'Ansaldo o alla Fiat) si avevano grandi aziende in grado di assumere
un fotografo o costituire addirittura al loro interno un laboratorio
fotografico.
Fra le due guerre il fascismo, attraverso i fotografi del LUCE ma
non solo, usa largamente la fotografia per documentare anche le realtà
produttive del paese, con un forte taglio propagandistico, ma anche
con alcuni elementi di modernizzazione della visione. Il taglio eminentemente
documentativo e informativo del periodo precedente cede il passo infatti
alla introduzione di alcuni elementi che estetizzano la rappresentazione
e in alcuni casi introducono tecniche innovative per l'epoca (come
il largo uso del fotomontaggio).
Dopo la seconda guerra mondiale il profilo dei fotografi cambia sensibilmente:
il fotogiornalismo italiano si sviluppa, per il nuovo clima di libertà
e per la diffusione sempre più larga e l'importanza relativa
della comunicazione per immagini attraverso la stampa (in un periodo
in cui la televisione non si è ancora affermata o sta muovendo
i primi passi) in maniera radicalmente nuova rispetto al passato recente.
Si sviluppa una generazione di fotografi molto più impegnati,
che abbinano ad un solido background professionale anche l'intento
di denuncia, la piegatura estetica e l'impegno sociale. La loro opera
è diversa da autore ad autore, ma schematicamente si può
dire che si va dai fotografi più direttamente impegnati nel
mondo del lavoro, come quelli che collaborano al stampa di sinistra,
al cui interno vi sono esperienze fotograficamente molto significative,
come la rivista della GGIL, "Il Lavoro"; ai fotografi che
denotano un impegno sociale più largo e indeterminato, sulla
scia della fotografia "umanista" che si è affermata
a livello internazionale, e che sono largamente ospitati ad esempio
sulla pagine di un giornale come "Il Mondo" di Pannunzio;
ai fotografi infine che collaborano in maniera molto partecipata ad
operazioni culturali di grande rilievo, come quella condotta da De
Martino nel Meridione d'Italia, dandoci per questa via alcune rappresentazioni
di grande spessore della realtà del lavoro nelle campagne meridionali.
È da notare che questa schematizzazione serve solo a dare l'idea
dell'arco coperto dalla fotografia italiana del dopoguerra, poiché
nella realtà le figure dei fotografi impegnati in questo settore
si muovevano spesso su tutti questi ambiti.
In chi scattava le foto vi era la coscienza di temi insiti nelle immagini,
come il disagio sociale e il rischio?
Nel periodo dell'Italia liberale (dal 1861 al 1922), e durante
tutto il regime fascista, il peso della committenza sulle tipologie
di fotografi che abbiamo appena esaminato, fu molto forte: la gran
parte delle fotografie di ambienti industriali che ci sono pervenute
in questa fase erano state commissionate dalle aziende stesse, per
fino documentativi illustrativi o per predisporre materiali di propaganda.
L'esigenza di documentazione derivava dalla abitudine di allegare
un dossier fotografico alle richieste di finanziamento, o alle pratiche
burocratiche e commerciali, il che favoriva una impostazione "migliorativa"
delle immagini prodotte. Anche nell'unica grande e sistematica rilevazione
fotografica sull'industria italiana, promossa durante la prima guerra
mondiale dallo Stato, e delegata ai fotografi professionisti localmente
più affermati, il peso degli intenti della committenza si rivelò
fondamentale, per cui le situazioni di rischio e di disagio risultano
solo residualmente, anche in virtù dell'occhio eclettico e
della cultura visiva dei fotografi, e per il fatto che molte delle
situazioni di rischio venivano all'epoca concepite come "normali".
L'unica eccezione fu dovuta in quegli anni dalla fotografia specializzata
degli ambienti della medicina del lavoro italiana, particolarmente
attivi e avanzati, anche comparativamente a livello internazionale.
Le fotografie di documentazione dei medici del lavoro erano naturalmente
di tutt'altro tipo, e evidenziavano appunto, anche se la "qualità"
fotografica era spesso a livello amatoriale, alcuni aspetti di grande
interesse. Nella mostra questo filone è rappresentato solo
per alcuni casi, ma significativi, come ad esempio per le fotografie
del medico incaricato di seguire i lavori del traforo del Sempione,
Giuseppe Volante.
Diverso è il caso dei fotografi dopo la seconda guerra mondiale,
quando l'impegno dei fotografi produsse una fotografia autoriale,
molto attenta agli aspetti del disagio, dello sfruttamento, della
fatica, della povertà, e anche del rischio sul lavoro.
Quali
analisi e quali considerazioni ha suggerito l’esame di un così
vasto patrimonio iconografico che attraversa un periodo storico di
150 anni?
Le analisi e le considerazioni sono contenute soprattutto
nei densi saggi di Carnevale e Baldasseroni, che accompagnano nel
catalogo le foto esposte in mostra, ma non a caso le integrano con
una serie di notizie e di immagini di diverso tipo e provenienza,
proprio per capire meglio per differenza il tipo di messaggio iconico
trasmesso dalla mostra.
È difficile riassumere brevemente tutti i risultati di questo
lavoro di analisi e le diverse considerazioni, sul piano storico,
sociale, linguistico, iconografico, che sono svolte in questi saggi.
Tuttavia volendo enucleare un solo punto, si potrebbe dire che uno
dei problemi principali che ci si possono porre riguardo al tema della
salute dei lavoratori è quello relativo al rapporto con la
tecnologia e con il progresso. L'ipotesi che si avanza nel catalogo
è che, nonostante le forti speranze espresse dai medici e dai
tecnici sociali tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, la scienza
e la tecnica non sono riuscite affatto a debellare il rischio sul
lavoro, sia per quanto riguarda gli incidenti, sia le malattie professionali.
Al tempo stesso è evidente che la scienza e la tecnologia forniscono
strumenti importanti per controllare e migliorare le condizioni di
sicurezza e di salubrità, per cui in realtà la sicurezza
sul lavoro non è solo il prodotto di un avanzamento tecnologico
"neutro", ma di un costante impegno a seguire il processo
di modernizzazione dell'apparato produttivo con misure di vigilanza,
di sicurezza e di tutela adeguate, a volte anche impegnative, complesse
e costose. Tali misure sono nondimeno necessarie, come osserva il
Presidente della Repubblica nella sua introduzione al catalogo, non
solo in quanto uno degli elementi di base per uno sviluppo moderno
dell'apparato produttivo, ma come un principio di civiltà,
per la tutela della integrità e della dignità delle
persone dei lavoratori.
Le immagini forniscono appunto un supporto a questa linea interpretativa,
perché mostrano con evidenza come da una situazione di estremo
degrado delle origini, sia sia passati ad una situazione nel complesso
molto più avanzata, ma nella quale persistono forti isole di
arretratezza a fronte di realtà soddisfacenti e tutelate.
| Qual
è la realtà attuale della fotografia di impegno
sociale? Esiste una scuola di fotografi attenti a cogliere
le trasformazioni sociali e la realtà del mondo del lavoro
come quella emersa nella seconda metà del secolo scorso
e per quali motivi, oggi, si è ridotta l’attenzione
del professionismo fotografico al mondo del lavoro?
La fotografia di impegno sociale emersa nel dopoguerra e durante
la ricostruzione, fino poi agli anni del miracolo economico
e al post '68, è oggi molto meno presente e forte, anche
se non si può dire certo che sia scomparsa.
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Questo dipende
soprattutto dal fatto, strutturale, che la fotografia ha in
genere oggi una funzione diversa sul piano della comunicazione
e della documentazione. Mentre negli anni '50 e '60 la fotografia
era uno dei tramiti fondamentali per la comunicazione e per
l'informazione, sul piano visivo, ora tale ruolo è
assorbito nell'immediatezza, dalla televisione; il ruolo della
fotografia ora più che quello di informare, denunciare
e documentare, sembra essere quello di esprimere in maniera
condensata e simbolica alcuni momenti e situazioni di particolare
disagio; un terreno
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peraltro su cui anche il cinema ha un ruolo
molto importante.
Inoltre anche il ruolo del lavoro è cambiato dal punto di vista
delle rappresentazioni. Mentre fino a tutti gli anni '70 il lavoro
aveva un ruolo centrale nella cultura e nell'immaginario collettivo,
dopo la fine del ciclo fordista l'immagine del lavoro, disperso, flessibile,
precario, tende ad essere sempre meno centrale e quindi difficile
da rappresentare da un punto di vista iconico. Le recenti mostre in
occasione del centenario della CGIL, e specie la mostra genovese "
Tempo moderno. Da Van Gogh a Warhol. Lavoro, macchine e automazione
nelle Arti del Novecento", hanno riproposto con forza la difficoltà
dai fornire oggi una immagine coerente e unitaria del lavoro, su scala
non solo italiana e non solo in campo fotografico. Tuttavia, come
si vede dalle immagini della nostra mostra, la fotografia non è
affatto assente in questa dimensione più connessa alla contemporaneaità
e agli aspetti più mobili, flessibili e precari dei nuovi lavori;
solo che deve condividere lo spazio con altri strumenti e altri media
a volte più efficaci ed immediati nei loro canali comunicativi.
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